Ci sono storie difficili da raccontare, storie dove l’intreccio intertestuale si fa vigoroso e apprezzare la composizione con uno sguardo d’insieme non è scontato. Il confine tra una storia zoppa che invece di impegnarsi a raccontare preferisce rimanere astrusa e una storia allusiva che chiede al lettore di animare i suoi luoghi con un significato è un confine sottile, spesso impalpabile. Intorno vi fioriscono storie di rara bellezza e di sfuggenti significati.

Le due storie che oggi affianco si fanno sorelle per una bellezza imponente e uno spazio “non detto” ricchissimo.

 

Tutte storie di Nadia Al Omari colpisce immediatamente per le immagini pazzesche di Richolly Rosazza, illustratore peruviano che dialoga spesso con l’autrice italiana.

Il testo è denso di richiami fiabeschi e miti che si intrecciano: una protagonista bambina dal rosso cappottino va, come ogni mercoledì alle sei di pomeriggio, da zia Chapiquita a prendere le uova. Il personaggio della zia condensa in sé la tradizione delle Baba Yaga russe, accompagnatrici nel regno dei morti, le streghe occidentali preparatrici di pozioni e tagliatrici di capelli (avete mai riflettuto su questo aspetto?!), ma anche accenti che evocano le credenze de el Día de los Muertos.

Sì, perché la zia Chapiquita è circondata da storie, tantissime storie o voci, alimentate dal suo strano modo di vivere. La protagonista dal cappotto rosso va proprio a casa della strega: la trasformerà in un corvo o in un gatto nero, come dicono che faccia?!? 

E come accade con ogni strega, è l’ambiguità ad impregnare le superfici e ad intimorire gli avventori: dove sono le galline che fanno le uova che tutti vanno a comprare dalla zia? Dove conduce quella porta nera da cui esce quel freddo gelido e di cui non si vede il fondo? Per non parlare del suo lavoro… intrecciare capelli veri per fare parrucche alle bambole… Tutto comunica inquietudine: le cose semplici e reali sembrano celare ragioni nascoste che sfuggono al lettore e alla protagonista. 

«mi ritrovavo seduta con la mia tazza di acqua profumata e il panino caldo tra le mani»

Ecco in quello spazio non visto, celato, da cui il lettore è escluso nascono le storie, che circondano zia Chapiquita, ma anche le storie che ogni lettore può intrecciare, ascoltare, immaginare…

Non è un caso che il volta della vecchietta non venga mai mostrato: come lo immagini?

E quando il pathos è ormai vertiginoso e temiamo che la ragazza venga intrappolata da qualche incantesimo o privata con un maleficio dei propri capelli, ecco che il cartoccetto con le uova è pronto, la porta si apre e si può correre fuori.

Fine. O meglio, una storia senza fine.

Il senso di spaesamento viene centuplicato dal finale che si chiude improvvisamente, senza spiegazioni, senza “conclusione”. La storia è data da tutte le storie che s’intrecciano nelle pagine, c’è altro da dire? Oppure le storie prendono l’abbrivio da quella porta chiusa?

Il mondo destato e messo in piedi da Richolly Rosazza è suggestivo e meraviglioso. Si pone a metà tra un  universo magico abitabile da creature inaspettate le cui minuscole case condividono le pareti con i “grandi umani”, ma anche profondamente reale e antico. Le pannocchie appese a seccare sulle travi del soffitto, i barattoli di vetro e le tazze sbeccate usate come vasi per germogli campestri… I gesti delle mani e i volti, sfiorati dal calore del fuoco… non sentite respirare la copertina?

«La stanza dove rimanevo ad aspettare la zia era tutta la sua vita. C’erano la sua vetrinetta, il suo letto di ferro, la sua stufa dove cucinava e preparava infusi, l’appendiabiti e poi il tavolo di legno due sedie scomode. In terra sacchi di iuta pieni di mucchietti di stracci ben accomodati sopra a un tappeto. Le pareti erano tappezzate di arnesi di ferro e sopra il tavolo c’erano una vecchia macchina da cucire e aghi di ogni misura. Una lampadina sola e nuda penzolava dal soffitto, avvolgendo tutto in una luce fioca. L’odore della casa della zia Chapiquita era indefinito ma inconfondibile. Mi ricordava un po’ liquore alle ciliegie che una volta a casa avevo assaggiato di nascosto, un po’ la cera chiusa la nonna per lucidare i mobili, un po’ le capriole che facevo nei prati in primavera»

Il ponte che che ci conduce idealmente al secondo libro è proprio il chiacchiericcio malevolo. Mi è venuta in mente santa Genoveffa, una delle poche sante che si scontrò con un drago e che in alcune tradizioni rischiò la vita a causa proprio delle malevoci sul suo conto. In La bambina & l’armatura di Raffaella Pajalich e Alicia Baladan ci troviamo a seguire una impettita bambina dal cappottino rosso fino al negozio di armature.

«“Mi serve un’armatura” disse. “Deve essere bella, perché voglio essere bella, lucida e senza alcun difetto?”»

La bambina brilla nell’esprimere distrattamente o molto esattamente il suo desiderio.

Il commesso, tuttavia, probabilmente conosce solo la storia di san Giorgio e ignora quella di santa Genoveffa…

«Provò a dissuaderla: “Le armature sono per i guerrieri” le sussurrò, sorridendo».

La bambina non si scoraggia e, introdotta nella camera dei modelli, trova alfine la sua, splendente e letteralmente brillante armatura. Un’armatura rossa e sorridente.

«“Questa bambina è una buona cliente, le faremo pagare solo i giorni della vita nei quali indosserà l’armatura. Quelli nei quali la lascerà nell’armadio, saranno un nostro omaggio”»

Anche in questo caso le domande, più che le risposte animano queste pagine: cosa rappresenta l’armatura? Perché una bambina dovrebbe indossare una protezione di metallo? Cosa la renderebbe bella, con una tale protezione indosso? Perché la bambina parla di portare «via la sua vecchia pelle in una bustina»?

Il sottile confine tra ciò che è possibile e ciò che è metaforico è attraversato dalla bambina con una grazia che le immagini le attribuiscono con limpidezza (che colori! Che immagini! Che scorci!). Il meccanismo narrativo ricorda molto i testi di Sendak che permetteva ai bambini di comprare per strada elefantini e metterseli sotto braccio.

«Così, da allora, e ancora, si può vedere in giro l’armatura un po’ usurata dal tempo, meno splendente, ma sempre molto resistente»

La bambina è al centro di una vita memorabile e alla fine forse ci si chiede se quella corazza più che proteggere e allontanare e respingere forse non sia stata presa per custodire, temprata, il cuore da bambina, gagliardo che i draghi li cavalca e i fantasmi li spaventa.

Tutte storie Nadia Al Omari - Richolly Rosazza 40 pagine Anno 2021 Prezzo 16,50€ ISBN 9788867451401 Editore Kite
La bambina & l'armatura Raffaella Pajalich - Alicia Baladan 26 pagine Anno 2021 Prezzo 20,00€ ISBN 9788833700700 Editore Topipittori
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