Io amo molto Hayao Miyazaki: la magia e la densità di cui sono intrisi tutti i suoi personaggi, dai più visionari ai più apparentemente semplici, mi ha sempre molto colpito. Le trasformazioni e gli incantesimi mostrano una pertinenza alla realtà e una capacità antica di cogliere il cuore dell’uomo che mi ha sempre impressionato. Pe non parlare dello spazio e della natura: difficilmente ho percepito il ruolo e la statura di soggetto attivo dello spazio in una narrazione come si percepisce nei lavori del regista giapponese. Una simile capacità di dialogo con l’energia vitale degli spazi l’ho ritrovata in Katsumi Komagata: le storie di carta e colori sorgono e parlano autonomamente, attraverso le forme e la vita che rappresentano, ricercando una sintonia con il lettore quasi esistenziale.

Non avevo finora, però, compreso appieno l’universo di Satoe Tone. L’immaginifico, l’aleatorio delle pagine di questa illustratrice giapponese mi sembrava creare una perfezione statica, senza quel movimento vorticoso percepibile nelle illustrazioni di altri autori giapponesi. Finché ho visto la mostra (e il video!) sul lavoro di Satoe a Bologna. La celebrazione dell’illustratrice avveniva dopo la consacrazione bolognese dell’anno scorso e offriva un percorso guidato attraverso la creazione della sua opera El viaje de Pipo: oltre alle stupende tavole originali, un video mostrava Satoe al lavoro sull’opera. Sono rimasta esterrefatta. Il lavoro minuzioso, millimetrico, le pennellate delicate quanto un meccanismo di orologio, la precisione nel posizionamento di ogni colore, di ogni linea… l’effetto unitario e statico finale ha mostrato come il problema fosse nel mio occhio. Le illustrazioni così apparentemente perfette e immobili brulicano invece di vita, una vita minuscola, come popolata da «nerini del buio» ma sgargianti. A casa non ho potuto fare altro che recuperare l’opera prima di Satoe Questo posso farlo.

Questo albo sognante, magico, leggero e perfetto, parla tuttavia di un malfatto, un piccolo e bellissimo uccellino fatto di nuvole, che però non “funziona” come dovrebbe.

Nulla di quello che è richiesto ad un uccellino come lui gli riesce:non sa volare, non sa nuotare, non sa pescare… non sa fare niente. E nonostante gli sforzi e i curiosi stratagemmi che si inventa per riuscire-ad-essere-come-tutti-gli-altri, niente va a buon fine, perché il problema sta in lui che, anche se riusciva a fare quello che doveva, lo faceva comunque in modo sbagliato. L’imperturbabilità della madre, dei fratelli e dello stesso piccolo protagonista regalano una storia silenziosa, fatta di pensieri (tristi) ma quieti. Anche l’abbandono del piccolo sembra inevitabile e i colori dorati della sera sembrano quasi trasfigurare lo sguardo di dolore in una visione di pace. Ma ecco che qualcuno prende la parola: alcuni esili e quasi trasparenti fiorellini chiedono ospitalità: «I nostri bambini stanno per nascere» e loro non hanno un posto dove stare (richiamo, a mio parere, all’accogliente stalla e ai poveri animali che accolsero Gesù Bambino), come a dire che i piccoli sono gli unici capaci di accogliere e capire.

«Questo posso farlo». La parola del piccolo uccellino cade perentoria come una pietra pesante, poggiata solidamente a terra. «Anche se farà freddo… anche se tirerà il vento… Io starò».

Questo climax ascendente ed essenziale mi ha commosso. Non farà nulla di strabiliante, nulla di evidente, nulla che sarà riconosciuto dal mondo, nulla che si possa considerare tradizionalmente un compimento di sé e del proprio essere, lui starà e amerà. Basta.

L’accettazione semplice di amare e di essere amato, anche a costo della vita, genera frutti inaspettati. Il piccolo uccello infatti per una strana trasformazione dell’essere diventa infatti un albero, solido e fermo con un suo tronco stabile e fiorito, vivo, strabiliante. Ogni fiorellino vorrebbe abitarlo e ogni uccellino vorrebbe costruirci una casetta. Un destino straordinario che capita a un solo uccellino nella storia: quello che ci sta.

Ciò che colpisce maggiormente è proprio la dicotomia tra temi e situazioni di profondo dolore e la luce e la pace irradiate dalle pennellate di Satoe Tone. La levità del tratto, lo sfumare dei colori, la preziosità dei particolari (la codina a fiore del protagonista), creano uno spazio vivo e uniforme dove il male viene incorporato come una forza energetica e poetica mentre il bene, sommesso e mai gridato, si mostra solo agli occhi che lo cercano. Un movimento infinito e sotterraneo.

La narrazione è semplice, fatta spesso di silenzio e di pensieri, eccezion fatta per l’incalzante breve monologo della vita del protagonista. Il tema profondissimo e denso è piaciuto a Saverio che ne ha colto gli aspetti di bellezza più che di dolore. Fonti di molti sorrisi per lui, anche piccoli particolari per me ininfluenti (l’occhio va proprio allenato!): come il caschetto, il salvagente e la mongolfiera che appaiono nei tentativi che il protagonista fa per uguagliare i fratelli. Saverio ha colto la morte del piccolo, anzi la sua trasformazione e quindi, di nuovo, solo il bello della situazione finale.

Un libro bellissimo che mostra come la posizione più ragionevole nel mondo sia amare, che mostra come da niente può nascere tutto, a condizione di starci. Che ridimensiona le aspettative che ognuno può avere sui figli o sugli altri: perché la felicità spesso non è quella che abbiamo in mente, ma qualcosa che non riusciamo nemmeno ad immaginare.

Questo posso farlo

Satoe Tone
56 pagine
Anno: 2011

Prezzo: 14,00 €
ISBN: 9788895799476

Kite editore
Anobii

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