Sono cresciuta con moltissime storie, spesso formidabili, raccontate da genitori, nonni e zii, quasi sempre a partire dalla loro immaginazione o memoria, quasi mai lette o “guardate” insieme di fronte a un libro. I miei primi ricordi legati ai libri risalgono dunque alle elementari, da piccola lettrice autonoma e vorace. Il libro che ho più letto in assoluto, giungendo a impararne parti a memoria, era Piccole donne, che per me cominciava così:

«“Un Natale senza regali non è un Natale!” brontolò Jo sdraiata sul tappeto.

“È orribile essere poveri!” esclamò Meg guardandosi il vecchio vestito.» 

Nonostante in seguito abbia letto l’originale inglese varie volte, quello era, e per certi versi rimane tuttora, nella mia testa, il solo incipit possibile di quello che è stato il libro per eccellenza della mia infanzia (e forse non solo della mia!). Era una vecchia edizione del 1955 (traduzione di Mariagrazia Leopizzi, scopro ora. Non che all’epoca mi interessasse) che mia nonna aveva pescato in cantina un proverbiale pomeriggio d’inverno.

Entrando in una libreria oggi, però, e sfogliando le varie proposte (o sbirciando su Amazon come ho fatto io), ci capiterà di trovare numerose edizioni in numerose traduzioni. Tutte sostanzialmente simili, ma diverse:

«“Natale non sembrerà più Natale senza regali” brontolò Jo sdraiata sul tappeto dinanzi al caminetto.

“L’essere poveri è una disgrazia» disse Meg, guardando con un sospiro il suo vecchio vestitino.»  

[Giunti 2012, traduzione di Fausta Cialente]

«“Natale non sarà Natale senza regali” brontolò Jo sdraiata sul tappeto. 

“Che brutto essere poveri!” sospirò Meg abbassando lo sguardo sul suo vestito vecchio.»

[Mondadori 2019, traduzione di Chiara Spallino Rocca]

«“Natale non sarà Natale senza regali,” brontolò Jo, stesa sul tappeto.

“Brutto guaio essere poveri,” commentò con un sospiro Meg, facendo scivolare lo sguardo sul vecchio vestito.»

[Einaudi 2019, traduzione di Luca Lamberti]

E si potrebbe continuare.

E allora? Quale di queste traduzioni è quella “giusta”? Ma la traduzione giusta esiste?? Se sì, come facciamo a capire qual è? Se no, siamo dunque in balia dell’estro di questa o quella traduttrice, unica nostra finestra su una lingua/cultura/letteratura che non conosciamo? Potremo mai accostarci ad un testo in traduzione e percepire il respiro dell’originale, o dobbiamo tristemente rassegnarci ad una copia più o meno sbiadita?

Da secoli, anzi millenni, lettori, scrittori, traduttori e appassionati si pongono queste domande ma, come in tutte le questioni essenziali della vita, non ci sono risposte definitive. Ci sono, però, interessanti ipotesi di lavoro e, soprattutto, esperienze che ci dimostrano che, in un modo o nell’altro, qualcosa del testo originale è possibile che arrivi anche in traduzione. 

In questa rubrica, che abbiamo chiamato Parole in ridda proprio per fare l’occhiolino ad uno dei casi recenti più discussi di traduzione di un libro per l’infanzia (chi ha capito quale alzi la mano!), cercherò non tanto di risolvere, quanto di esplorare alcune delle questioni legati alla traduzione dei libri per l’infanzia. 

In questa prima puntata introduttiva, mi preme sottolineare due cose. La prima, come ho già accennato, è che trovo generalmente più produttivo affacciarsi al mondo della traduzione con un atteggiamento di apertura alla possibilità; la ricerca del giusto/sbagliato, corretto/scorretto (per quanto in alcuni casi, certamente, possiamo e dobbiamo parlare in questi termini) potrebbe limitare il nostro orizzonte e precluderci scoperte ed esperienze interessanti.

La seconda è che, secondo me, la situazione si fa più delicata quando parliamo di letteratura per l’infanzia e di testi disponibili in varie traduzioni (il che di solito parla a favore del testo, perché se ci sono state diverse traduzioni significa che è un libro vivo, che continua a parlarci). I libri che leggiamo o che ci vengono letti da piccoli vanno a costituire i nostri primi ricordi e sono spesso legati non solo all’esperienza del libro in sé, ma anche e forse soprattutto all’intimità, all’amore, alla giocosità che caratterizzano questi primi, preziosi momenti di lettura condivisa o individuale, in un momento in cui stiamo imparando a dare un nome alle cose e ad un’età caratterizzata dal bisogno di ripetizione.

Come accennavo all’inizio, mi saranno passate tra le mani non so quante traduzioni di Piccole donne, ma solo in quella della cantina mi sento a casa; istintivamente le altre rese mi suonano discordanti. Ma è davvero così? Avere una reazione forte, di pancia, di fronte ad una nuova traduzione mi sembra una cosa bellissima: significa che riguarda un libro che abbiamo molto amato, così tanto che è entrato nelle fibre del nostro essere. Detto questo, da adulti, è possibile anche fare un passo indietro e abbracciare una prospettiva più ampia. 

Con queste riflessioni generali comincia l’avventura di Parole in ridda! Nei prossimi mesi, tratterò via via di questioni più specifiche relative a libri particolari, spesso raggruppati attorno ad un tema. Alcune delle idee che mi ronzano in testa sono: la traduzione/riscrittura di testi in rima, Gianni Rodari nel mondo, la “censura” nei libri per bambini

A voi, cosa interessa? Di cosa vorreste discutere? Vi invito a condividere le vostre esperienze di lettura (o quelle dei vostri figli, nipoti, alunni, etc.), a mandarmi domande sia generali che specifiche, qualsiasi cosa! Farò del mio meglio per integrare le vostre richieste nei prossimi articoli oppure rispondere nei commenti alle domande più specifiche. 

 


** Parole in ridda ** Una rubrica sulla traduzione a cura di Anna Aresi. A partire da questo mese,  Anna affronterà un tema legato alla traduzione nell’ambito della letteratura per l’infanzia, con un’attenzione particolare ai libri illustrati.

Commenti
16 Gennaio 2021
Anna Aresi

Caty, grazie di aver condiviso la vostra storia, peccato che non siate riusciti a recuperare la stessa traduzione (ho dato una veloce occhiata online e visto che si trova su ebay a prezzi ragionevoli, se per caso vi è rimasta la voglia…). La lettura animata dev’essere stata bellissima! Se non erro Eric Carle scrive direttamente in inglese, ma effettivamente è anche tedesco e non so se le versioni tedesche le abbia scritte direttamente lui o siano state tradotte da altri, dovrei fare una ricerca più approfondita. Nello specifico, il titolo inglese è The grouchy ladybug, dove grouchy è una di quelle parole difficili da rendere in “italiano standard”–per molti di questi termini del mondo infantile termini dialettali o regionali funzionerebbero meglio. Ad esempio il bergamasco “gnecca” calzerebbe a pennello 🙂 In italiano si potrebbe dire “irritata,” “irritabile,” o anche “di malumore”, ma questi termini porterebbero il registro su un atro piano. La scelta semprearrabbiata direi che è un parallelismo con il bruco maisazio; “prepotente” non rende grouchy ma va a descrivere il comportamento della coccinella del libro, anche se sì, sono d’accordo, dà una coloritura negativa forse un po’ troppo calcata, soprattutto visto che si trova nel titolo e va quindi a influenzare tutta la storia.

15 Gennaio 2021
Caty

Sono una volontaria della biblioteca del mio paese. Mettendo ordine tra gli scaffali, anni fa, trovai una vecchia edizione de “La coccinella semprearrabbiata” (scritto proprio così, tutto attaccato) di E. Carle. Ci abbiamo lavorato tanto con i bambini della scuola dell’infanzia, addirittura facendo una lettura animata anche in albanese (abbiamo diversi bambini i cui genitori sono originari dell’Albania): i bambini si divertivano un modo quando la mamma madrelingua diceva “fluturoi larg” (volò via) facendolo ripetere anche a loro, ogni volta…per farla breve, il mio bambino che aveva assistito alla lettura, si innamorò del libro e così gli comprai l’edizione “moderna” di Mondadori. Con suo (e mio) sommo dispiacere però il formato dell’albo era un po’ più piccolo, e, soprattutto, la coccinella “semprearrabbiata” era incredibilmente diventata la coccinella “prepotente”…mi chiedo ancora il perché di questa scelta…anche perché il “semprearrabbiata” era anche onomatopeico secondo me…inoltre il titolo originale è “der kleine käfer immerfrech” e credo che questo ultimo termine si traduca in “sempre cattivo”.

15 Gennaio 2021
Anna Aresi

Elena, ti ringrazio del commento. Anche io mi occupo anche di traduzione tecnica, se vuoi parlare di come integrare i due mondi scrivimi pure (ansu.aresi@gmail.com). Harry Potter è un mondo a sé e la nuova traduzione ha scatenato un vero e proprio terremoto, amplificato dall’enorme successo (barra isteria) di libri e film. Capisco il punto di vista dei fan (che un po’ si ricollega a quanto dico sopra sul valore affettivo), ma capisco anche i motivi dell’editore Salani, che spiega succintamente qui: https://www.salani.it/harry-potter/traduzione-italiana. Riguardo a Mary Poppins sono d’accordo con te. Penso sia dovuto un parte a logiche di mercato (se ho una traduzione antiquata ma che comunque “vende”, chi me lo fa fare di aggiornarla? Sono speculazioni mie, queste, non riferite all’ebook che citi ma a casi simili) e in parte al fatto che ogni editore ha priorità diverse. Certo al giorno d’oggi, soprattutto con opere in inglese e l’esposizione costante che abbiamo alla lingua inglese, italianizzare i nomi dei personaggi è ultra-anacronistico!

15 Gennaio 2021
Anna Aresi

Silvia: non conosco la produzione spagnola bene come altre, ma ci guardo di sicuro. È difficile dire del caso specifico fuori contesto (non conosco il libro che citi). Grazie del suggerimento e mi informerò!

Marta: ti ringrazio moltissimo per il ricco commento, che peraltro va a toccare molti punti che mi interessano. Anche nella mia famiglia si parlano tre lingue (mio marito è di Hong Kong e parla cantonese e ovviamente vivendo negli USA la lingua comunitaria è l’inglese), quindi anche a noi capita spesso di tradurre in simultanea (o inventare, onestamente, quando mi toccano i libri in cinese). Alcuni libri con un testo particolarmente bello vorrei cominciare a leggerli in inglese, ma mio figlio si oppone perché, probabilmente, lo scombussola il fatto che io (= italiano) gli si rivolga in un’altra lingua. Se hai voglia di raccontarmi delle tue esperienze in questo senso, puoi anche scrivermi un’email (ansu.aresi@gmail.com).

Riguardo agli esempi che porti, sono sconvolta soprattutto dalla trasformazione della contadina in moglie del fattore…Per dirla molto brevemente, ci sono due polarità tra cui si deve districare un traduttore: una tendenza “normalizzante” o “addomesticante” (cioè portare il testo verso la lingua/cultura d’arrivo) e quella opposta a lasciare intatti quegli elementi che marcano il testo in quanto, potremmo dire, “altro”. In passato la prima tendenza andava per la maggiore e uno degli esempi più lampanti è proprio quello dei nomi. Non so se vi è mai capitato di vedere un’edizione di Anna Karenina di “Leone” Tolstoij o simili? Ora di solito si predilige il secondo approccio, ma devo dire che con i testi per bambini spesso rimane la tendenza a rendere più “familiari” storie e personaggi, forse partendo dal presupposto (errato) che i bambini “non capirebbero”. Da traduttrice ti confesso che la tentazione a normalizzare c’è e spesso non ce ne si accorge. A volte si è talmente immersi in un testo e nello sforzo di “portarlo” al lettore italiano che si va un po’ troppo in quella direzione. È un equilibrio dinamico, per così dire! Chiudo qua il mio, di papiro, ma tornerò senz’altro su questi argomenti.

Lucia: assolutamente! Soprattutto con editori piccoli, se c’è qualcosa che non vi torna io lo farei presente. Spesso ascoltano!

15 Gennaio 2021
Elena

Ciao, io sono una traduttrice e adorerei tradurre letteratura, ma purtroppo finora ho lavorato quasi solo su testi tecnici. Però anche quando leggo per puro piacere ho evidentemente il pallino della traduzione che comunque, come diceva qualcuno , è sempre un “dire quasi la stessa cosa”. In questo periodo sono rimasta molto stupita dalla scelta di ritradurre Harry Potter: non credo che sia così obsoleto da dover aggiornare la lingua, e aver modificato alcuni nomi propri di un libro che ha avuto un tale successo, per non parlare dei film che hanno fatto conoscere a tutti proprio quei nomi, è stato a mio parere davvero azzardato. Non nego che la traduzione dei primi volumi non fosse a volte sconcertante, ma confesso che per la prima volta mi sono rifiutata di comprare e regalare HP nella nuova versione.
Altra questione invece, quella di libri ancora presenti oggi in una traduzione un po’ troppo vecchia… non sono riuscita a leggere Mary Poppins, per esempio, in cui i bambini sono chiamati Giovanna e Michele. Anche in questo caso ovviamente dipende dal film, sicuramente, e mi fa strano che sia stata pubblicata, in versione e-book tra l’altro, una versione non aggiornata…
Ecco, queste sono le mie riflessioni anche se su libri un po’ più da grandini… mi piace molto l’argomento di questa rubrica, grazie mille!

15 Gennaio 2021
Lucia

Ciao, anche io avevo notato la stessa cosa, poi ho visto che ne “la mucca carlotta cerca un tesoro” la chiama la contadina! È del 2018 l’edizione italiana, successiva agli altri volumi, quindi mi sono detta che qualcuno doveva essersi lamentato 🙂

15 Gennaio 2021
SILVIA

Buongiorno,
ringrazio per il contributo in ambito traduzione, che mi interessa molto.
Per me è molto significativo il tema della censura nei libri per bambini, in particolare negli albi illustrati e se possibile in quelli di lingua spagnola, se Anna se ne occupa.
In particolare mi lascia perplessa la traduzione di Sígueme di José Campanari, nella quale le parole “lunares morados” vengono tradotte come “nei viola”: a me la parola “nei” fa venire in mente piccole macchioline quasi invisibili ma nelle illustrazioni si tratta di grandi chiazze viola sulla pelle dell’elefante, proprio il dettaglio che lo rende comico.
Grazie ancora.

15 Gennaio 2021
Marta

Questa rubrica mi riempie di gioia: sono una bolzanina di lingua italiana che ha studiato in Austria e da sempre , forse noi in Alto Adige c’è l‘abbiamo nel dna, mi occupo di traduzioni ed è un tema che mi interessa moltissimo . Ora ho due bimbi e leggiamo insieme molti libri , in italiano soprattutto, ma anche in tedesco, e qualcuno in inglese. Volevo sottoporti un „caso“ di cui proprio giorni fa discutevo con i miei figli. Loro adorano la serie di una mucca che si chiama Liselotte di Alexander Steffensmeier. Alcuni di questi libri sono stati tradotti in italiano e ce ne hanno appunto regalato uno, ma noi normalmente li leggiamo in tedesco. Ovvero io un po‘ leggono tedesco un po‘ traduco in simultanea. Il problema principale che ho riscontrato con i miei figli é che è stato cambiato il nome della mucca in Carlotta. Quello che ha molto disturbato me invece é la trasformazione del personaggio femminile: la mucca vive in una fattoria gestita da una contadina. La contadina é sola, fa lei tutti i lavori della fattoria, non si parla di mariti o altro. Anzi c’è un postino, il personaggio maschile, e i due hanno chiaramente una simpatia, assolutamente non approfondita nei libri. In italiano „die Bauerin“ letteralmente appunto la contadina é stato inspiegabilmente tradotto con „ la moglie del fattore“. La cosa mi disturba talmente, anche proprio per principio, che pensavo di scrivere all‘editore!
Sono d‘accordo con te che non ci sia un giusto e uno sbagliato nel tradurre, ma penso anche che spesso da parte degli editori e di alcuni traduttori ci sia molta superficialità.
Un altro classico autore tedesco che soffre moltissimo le traduzioni italiane é Janosch: i suoi protagonisti sono un orso e una tigre , che sono amici per la pelle e vivono insieme e nella storia sono due maschi , un orsetto e un tigrotto. In italiano pare che il fatto che LA tigre sia femminile, ha spesso mandato in tilt il traduttore che ha trasformato il tigrotto in una tigrotta e della storia non si capisce più nulla. Ogni tanto penso che il problema sisbprpprio il tedesco, che é una lingua poco „frequentata“, forse dall‘inglese o da altre lingue succede meno. Comunque grazie per questa rubrica, continuerò a leggerti con piacere . Scusa il papiro 🙂

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