Addentrarsi in un testo di Paul Biegel, leggere I giardini di Arid, è come varcare la soglia di un luogo fiabesco saturo di colori, odori, suoni.

L’impressione generale è davvero di uno spazio letterario in cui i sensi sono coinvolti come recettori necessari per il godimento della storia.

«Le scarpette d’argento erano zuppe d’acqua e la gonna le si era incollata alle ginocchia. Dritta davanti a lei c’era la città inerte. […] Era la città perduta di Arid, di cui nessuno aveva più memoria. […]. Chi era quella fanciulla? Perché andava in quella città silenziosa e pietrificata, e cosa portava alla catenina d’argento che aveva al collo? È una vecchia storia, ma è arrivato il momento di raccontarla»

La struttura narrativa del romanzo è complessa: ogni capitolo (con poche eccezioni) contiene una prima parte dedicata all’avanzamento della trama e un racconto, riportato o narrato, che recupera un tassello degli antefatti della storia.

Al centro una fanciulla, chiamata Dulcinana ma di nome Miasarai (notate la trasparenza dei nomi propri!), che deve compiere un’impresa che capiamo essere drammatica e disperata. 

L’impianto e le figure che incontriamo mescolano elementi fiabeschi e della tradizione storica medievale: ci sono nani fetidi, streghe, re, regine e buffoni di corte, giganti, ombre e fantasmi, guerrieri valorosi, rospi eruditi ma viscidi… Ognuno avrà l’occasione di raccontare la propria storia che, come un piccolo mattone, contribuirà a costruire la storia della città di Arid, sfondo ma non solo sfondo, dell’impresa di Miasarai.

La nostra protagonista che si trova infatti ad Arid, una città senza vita, ha sul petto una scatolina con un seme che batte come un cuore. Miasarai ha una missione disperata da compiere: salvare il suo amore, Tuononsarò, trasformato in un fiore. Per farlo deve piantarlo nel posto giusto, la terra feconda dei giardini di Arid, ma Arid è sotto una maledizione che l’ha privata della vita.

Esistono ancora i giardini nella desolazione della pietra e dell’argento?

Lo svelamento è progressivo e l’avanzamento della narrazione su due diversi binari con tempi dissonanti crea un effetto sottile di incomprensione e tensione: il lettore segue la storia di Miasarai senza conoscere gli antefatti e deve accettare di andare avanti per capire, ascoltando i contributi dati dai personaggi (in particolare dal buffone Jarrik amico e compagno dell’avventura di Miasarai!).

La metafora della fioritura e della maledizione del fiore si amplifica attraverso scorci vividissimi o, al contrario, sterili e privi di vita. Arid è il simbolo della morte: l’argento, il grigio, l’immobilità, la pietrificazione dei suoi abitanti e l’atemporalità rendono la città fredda, inerme, sterile. La strega Sirdis è nera e la scia del male che porta con sé è viscida e peciosa.

Quando invece i ricordi richiamano il passato o ciò che c’è fuori dalle mura di Arid,  i fiori e la natura regalano immagini sfolgoranti e abbaglianti.

«Sedeva nell’erba circondata da fiori meravigliosi: trecce di belladonna, papaline rosse e barbe di becco. Guanti di volpe, erba lupa, botton d’oro e margherite. Trifogli, occhi di bue, bocche di leone, berrette del prete, bolle blu, starnuti d’oro, radici di radura, eufrasie euforiche e cuor di Maria. Campanule viola, Cecco toccami, prime primule e nontiscordardimé. Bombi silvestri, pizzichi di vespa e cuscini di farfalle, dolci Dolores e braghe di marinaio»

La storia di un fiore, Tuononsarò, diventa specchio particolare di una storia di rinascita: un popolo, inaridito e reso pietra, torna a vivere in virtù del gesto d’amore di una ragazza che non ha nulla da perdere, perché ha già perso il suo amore.

Il viaggio di Miasarai ad Arid è un viaggio straniante, perché non solo la città è inerme e deserta, ma ci si rende presto conto che è il tempo e il suo scorrimento ad essersi pietrificato, così come i ricordi: 

«Credetti di aver girato in tondo perché sembrava proprio la nostra città. Ma non lo è»

«“Dove andiamo?” “Non lo sappiamo” rispondono le voci attorno a lui. “Non lo sappiamo neanche noi. Ci siamo persi. La città è cambiata”»

«Il tempo è sospeso sulla città»

«non sarebbero mai sbocciati.I giardini dovevano obbedire al riavvolgersi del tempo»

Esiste qualcosa in grado si sconfiggere questa apatia esistenziale, di rompere questo maleficio immobilizzante? 

«“Io non ho paura” disse Dulcinana. Il mago tacque. Poi aggiunse: “Sì che hai paura, cara Dulcinana, ma in te c’è qualcosa di più forte della paura. Non ti chiederò che cos’è”»

Nel labirinto immobile dei vicoli di Arid, incontro dopo incontro, Miasarai non smetterà mai di lottare per il suo Tuononsarò e quando, come in ogni fiaba che si rispetti, tutto sembrerà perduto, è proprio il sacrificio di ciò che si ha di più caro a permettere la svolta.

Il finale è un finale felice, d’amore appassionato e struggente.

«“Miasarai” disse lui “Sai di polvere da sparo” “E tu di terra” gli disse, e lo amava terribilmente».

Una fiaba ardente, da leggere dai 9 anni, per riuscire a districarsi nell’intreccio.

P.S. la copertina di Mariachiara Di Giorgio rende lo stesso oggetto libro abbagliante, come la storia!

 

I giardini di Arid Paul Biegel - Valentina Freschi (traduttrice) 192 pagine Anno 2020 Prezzo 14,90€ ISBN 9788898519996 Editore La nuova frontiera
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