Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Che i libri di Otfried Preußler non arrivassero in Italia, per me era davvero un cruccio: come era possibile che un gigante della letteratura tedesca, tuttora paladino dei bambini, non trovasse il suo posto sugli scaffali italiani?

Finalmente dopo anni (le prime edizioni sono degli anni 70/80) il brigante più famoso di Germania torna in Italia con una veste tutta nuova e illustrazioni colorate fiammanti. Il testo è a cura di Marco Astolfi che con un lavoro certosino di traduzione del testo tedesco, gli ha dato un volto che valorizza l’elemento magico e le espressioni originali.

Vi lascio alle sue parole, ringraziandolo per il tempo e le ricchissime risposte.

Nel rapporto con la prima edizione italiana, come ti sei posto? La conoscevi, l’hai letta, l’hai ignorata consciamente?

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Devo confessare che, quando ho accettato di tradurre Der Räuber Hotzenplotz, non conoscevo né Otfried Preußler, né i suoi libri per bambini, mentre parlandone con i miei amici tedeschi ho scoperto che in Germania è famosissimo (nella versione cartacea o nell’adattamento in film per la televisione). Né sapevo che era già stato tradotto da Maria Teresa Gianelli per la casa editrice Salani. Quando, cercando in rete, così per scrupolo, ho scoperto l’esistenza della prima edizione italiana, ero già a metà lavoro e avevo anche deciso il nome del protagonista. Quindi sì, ho ignorato la versione precedente, non tanto intenzionalmente, quanto un po’ per caso e un po’ costretto dalle circostanze. Il libro della Salani non era di facile reperibilità e ormai era troppo tardi. Chissà, forse mi avrebbe fatto comodo o forse mi sarei lasciato influenzare troppo. Quindi magari è stato meglio così: partire da zero e fare tutto da solo.

Ciò che colpisce me, ascoltatrice bambina e ora lettrice dell’edizione Rizzoli del 1979, è senza dubbio il cambio dei nomi propri. Io avevo nel cuore il brigante Pennastorta e oggi troneggia in copertina Ozziplozzi. Ma non solo! Peppino è diventato Sebastiano, Petrosilius Graffiagobbe > Petrosilio Stremolacchio, Guardia Gambalesta > Maresciallo Diplomesso… fino alla più “vicina” Amaryllis > Amarillide. Cambiare i nomi propri in traduzione è sempre un’azione molto forte e destabilizzante per i lettori (si pensi alle discussioni infinite che ci sono state intorno alla saga di Harry Potter…) Puoi raccontarmi che tipo di lavoro hai svolto intorno ai nomi?

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Maria Teresa Giannelli aveva dato al Brigante il nome Pennastorta scegliendo un attributo della descrizione nel primo capitolo. È la scena in cui il personaggio appare per la prima volta alla Nonna di Gaspare, ma anche al lettore: «uno sconosciuto con un ispido barbone nero e un orrendo naso che sporgeva adunco dalla faccia. Sulla testa portava un cappello a tesa floscia con una piuma storta». Io, invece ho optato per un processo di italianizzazione del nome tedesco, Hotzenplotz. Un po’ come si fa per le città: che ne so, Stuttgart che diventa Stoccarda o Lübeck che diventa Lubecca. C’erano un po’ di varianti in ballo: Ozzeplozzo, Ozzoplozzo e poi, quella che mi piaceva di più, Ozziplozzi (che si prestava pure a dei bei giochi di parole, quando Gaspare lo storpia di proposito: Zozzipozzi, Zoppilozzi, Pollizoppi, Plozzizozzi). 

Ho adottato un processo simile anche per il Maresciallo Diplomesso, che in originale faceva Dimpfelmoser. In più il riferimento alla parola “diploma”, nel significato originario di documento emanato dall’autorità pubblica, rimandava alla burocrazia e quindi si addiceva perfettamente a un tipico funzionario statale tedesco, fissato con i verbali, le procedure e i regolamenti. (Mentre la desinenza in messo l’ho scelta semplicemente perché rimava con il cognome di un professore che insegnava nella mia università).

Un discorso un po’ diverso è avvenuto per il Mago Petrosilius Zwackelmann, che per lungo tempo, anche a traduzione ultimata, è stato Petrosilio Zancomanno. Ma non ero del tutto soddisfatto, perché, al contrario dei due precedenti, questo cognome è composto da parole che significano effettivamente qualcosa: il verbo wackeln in tedesco vuol dire traballare, tremolare, vacillare, barcollare, mentre Mann, naturalmente, sta per uomo, quindi il significato sarebbe più o meno “uomo che tremola”. Allora ho pensato a Stremolacchio, che produce pure un contrasto comico con gli attributi “grande e malvagio” che spesso lo accompagnano. Così nel febbraio 2021 ho scritto una mail alla mia editor per cambiarlo e per fortuna eravamo ancora in tempo.

Quanto al compare di Gaspare, Seppel nell’originale, mi è venuto spontaneo pensare a Sebastiano piuttosto che a Peppe o Peppino, anche ricordando un mio compagno delle elementari e delle medie. Può andare come spiegazione?

Anche i titoli dei capitoli sono stati modificati: a volte solo linguisticamente a volte invece completamente stravolti. Cosa ti ha spinto a queste modifiche?

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

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A dire il vero non mi sembra di avere stravolto più di tanto. Su ventuno capitoli solo cinque si discostano dalla traduzione letterale. La sfortuna dell’artista è diventato un più generale Gli inconvenienti del mestiere. Uno sparo dalla pistola a pepe è stato snellito in Una bella scarica di pepe, perché suonava meglio. Prospettive tetre è diventato Niente di buono in vista, e Il Maresciallo Diplomesso ha una grande giornata è diventato Il grande giorno del Maresciallo Diplomesso. Il cambiamento più notevole è stato riservato a Ein Mann, ein Wort, un modo di dire che letteralmente significa Un uomo, una parola, ma che viene reso in italiano con Ogni promessa è debito. Sono le parole che il Mago Stremolacchio dice prima di trasformare il Brigante Ozziplozzi in un tordo. Appena prima l’aveva insultato, dandogli appunto del tordo e poi lo muta in uccello, facendo corrispondere i fatti alle parole. Quindi “Detto, fatto” mi sembrava più appropriato di “Ogni promessa è debito”, visto che, teoricamente, non c’era stata nessuna promessa.

L’ultima traduzione è del 1979 c’è stato bisogno di aggiornare la lingua? Io posso dire di aver notato una serie di scelte che hanno attualizzato alcune espressioni e modi di dire comuni nel passato, eppure l’impressione generale non è semplicemente di modernizzazione della lingua. Mi racconti che tipo di lavoro hai fatto

La prendo un po’ alla larga. Leggevo recentemente un’intervista a Margaret Atwood: alla domanda se le fiabe potessero difenderci dalle paure del presente e del futuro, l’autrice rispondeva che, sì, le fiabe hanno un ruolo protettivo (per questo devono sempre avere un lieto fine) e che sono un modo di alleggerire la realtà e alleviare la vita delle giovanissime generazioni. Ecco io sono assolutamente d’accordo.

Ho tradotto il libro nella primavera del 2020. Ricordo che parlavo della scelta dei nomi con due amici, un pomeriggio di fine marzo, mentre facevamo una passeggiata in un quartiere di Berlino con degli orticelli recintati e che di lì a qualche giorno sarebbe incominciato il lockdown, con un paio di settimane di ritardo e in forma più leggera rispetto all’Italia. In quei giorni, mentre sedevo alla scrivania, davanti al mio computer, le cose dall’altra parte della finestra cominciavano a farsi un po’ allarmanti. Il pdf sullo schermo, di contro, con il testo di Preußler e le belle illustrazioni di Tripp e Weber, mi offriva l’immagine di un mondo completamente diverso, un mondo appartenente a un passato due volte remoto (prima  perché l’originale era stato scritto all’inizio del anni Sessanta, poi perché ogni fiaba per definizione è immersa in un passato quasi sospeso nel tempo), un mondo molto più semplice, dove non solo non ci sono gli smartphone, ma nemmeno la televisione, e l’esempio più avanzato di tecnologia è un macinacaffè che suona una vecchia melodia e il rito della domenica è la torta di prugne con la panna montata. Ed è quest’atmosfera di semplicità e di sospensione del tempo che ho cercato di riprodurre con la mia traduzione (forse con un po’ di nostalgia, perché non si può più tornare indietro) e spero di esserci riuscito.

Quanto alla questione dei modi di dire, mi ricordo che nella versione di Hansel e Gretel delle Fiabe Sonore che ascoltavo da piccolo c’era l’espressione “mangiare a quattro palmenti”, che significa mangiare avidamente, con ingordigia, e viene dalla tradizione contadina, dove il palmento era la macina del mulino con cui si trituravano i chicchi di grano. Ovviamente un’espressione del genere oggi non si usa più, essendo la tecnologia cui fa riferimento lontana dall’esperienza della maggior parte della gente. Ma già negli anni Settanta suonava desueta. Io me la ricordo proprio perché già allora la trovavo particolarmente brutta. Ecco, diciamo che nella mia traduzione ho cercato di evitare l’effetto “quattro palmenti”. Questo potrebbe sembrare in contraddizione con quello che ho detto sul vagheggiamento del passato, ma, secondo me, non è con espressioni datate (e forse anche un po’ fuori tempo massimo) che si crea l’effetto di sospensione.

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Ho notato poi un interessante lavoro quasi poetico, svolto sui testi poetici che corrispondevano agli incantesimi: Abracadabra  > Hocus Pocus.
Qui! Qui! Dai! Dai! / Ovunque sia mai / Il proprietario del cappello / si manifesti bel bello. / E dove sta il cappello, / deve tornare pure quello. / Hocus Pocus. Così sia! / Dovunque tu sia – qua devi venire! / Tuo era il cappello – che qui mi hai lasciato. / Tu stesso ora devi – da me comparire / Abracadabra! Sia presto compiuto.
Ho apprezzato che tu abbia non solo cercato una musicalità, ma mi sembra che tu abbia pescato dalle conte e dalle filastrocche della tradizione italiana. Credo che il lavoro di questi brani insomma non sia stato così semplice come si potrebbe pensare.

In questo caso, più che di una scelta personale, la mia versione è il risultato della fedeltà al testo, che riporto qui:

Herbei, herbei,

Wo auch immer er sei!

Des Hutes Besitzer,

Er stelle sich ein:

Wo der Hut ist,

Da soll er auch selber sein!

Hokuspokus – so sei es!

Dove Gianelli ha mantenuto il senso, ma si è presa un po’ di libertà con la forma, io, come si vede anche con un semplice colpo d’occhio, ho cercato di rispettare il più possibile l’originale, apportando un minimo di modifiche giusto per far tornare le rime.

Quanto alle filastrocche della tradizione italiana, nel capitolo L’anello dei desideri Gaspare e Sebastiano usano una conta per decidere chi deve parlare per primo. Naturalmente non aveva senso tentare di tradurre quella tedesca, che, per inciso, recitava così:

Am – dam – dess,

Ene – bene – bess,

Ene – bene – butterwackel,

Am – dam – dess!

Quindi ho deciso di ricorrere a una filastrocca che mi aveva insegnato mia nonna quand’ero piccolo e che poi sono andato a cercare in rete per controllare la trascrizione e ho ritrovato su un sito che si chiama filastrocche.it. 

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

Aulì, ulè ch’a ta musee

ch’a ta prufita lusinghee

tubilèm, blèm, blèm

a chi tuca pagherèm

quatar, un du tre

fora chi gh’è.

aulè ulè, ch’a ta musee

ch’a ta prufita lusinghee

tubilèm, blèm, blam

tubilèm, blèm, blum.

Questa è di origine milanese, quella della nonna era leggermente diversa, avendo probabilmente subito delle modificazioni migrando di bocca in bocca dalla Lombardia al Veneto. Io, siccome mi servivano solo quattro versi, ne ho usata una versione contratta e ho introdotto i trattini dell’originale tedesco, che in qualche modo rendono graficamente la recitazione, quasi sillabazione, delle parole, accompagnata dal gesto dell’indice che fa avanti e indietro da persona a persona.

A- ulì – ulè

ch’a – ta – musee

tubilèm – blèm – blam

tubilèm – blèm – blum!

Ho notato un lavoro intenso a livello testuale per ricreare “il magico” che forse appariva un po’ asciutto. Gli spazi diventano magici e maggiormente caratterizzati: Abete Rosso, Stagno Nero, Erbafata… Che tipo di lavoro c’è dietro queste scelte?

Qui si tratta dell’uso delle maiuscole. In tedesco tutti i sostantivi iniziano con la lettera maiuscola. In italiano, invece, quando un nome è scritto con l’iniziale maiuscola, si distingue dagli altri, non solo graficamente. Non so che scelte abbia fatto Gianelli, ma io per i luoghi mi sono trovato a usare lo stesso procedimento che ho adottato per i personaggi: la nonna di Gaspare, non è una semplice nonna, ma è la Nonna con la maiuscola, perché, trovandoci in una fiaba, volevo quasi darle uno statuto di figura archetipica. Per lo stesso motivo Ozziplozzi è un Brigante con la B maiuscola, il Brigante per antonomasia. E così lo Stagno Nero in tedesco era solo un comune schwarzer Teich, ma in italiano la maiuscola gli da quell’unicità solenne e anche, se vogliamo, quel tocco magico di cui parla lei. Lo stesso vale per l’Abete Rosso. Quanto all’Erbafata, Feenkraut in tedesco sarebbe “erba fatata” o “erba delle fate”, ma contratto in Erbafata mi piaceva di più.

Otfried Preußler, Il brigante Ozziplozzi, Giunti

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Una minuzia, poi: il rospo è diventata una raganella, come mai?

In originale l’animale in questione è “Unke”, in italiano l’ululone, un anfibio simile a un rospo chiamato così perché nel periodo riproduttivo emette un verso caratteristico, “uuh… uuh… uuh…”. molto simile al singhiozzo che Gaspare sente nella cantina del Mago Stremolacchio dov’è tenuta prigioniera la fata Amarillide. “Unke” in tedesco è femminile. Ululone, oltre a essere maschile, mi sembrava troppo specifico e poco immediato come animale per dei lettori così giovani. Così ho optato per la raganella, un anfibio più gentile e adatto a una fata.

Se hai qualche aneddoto che hai piacere di raccontarci siamo tutto orecchi?

Nel capitolo Detto fatto il Mago Petrosilio insulta il brigante dandogli del Gipfel, che in tedesco significa sia gonzo che ciuffolotto, un uccellino simile a un passero con petto rosso rosato. Io ho cercato un nome di uccello che in italiano potesse pure essere un insulto e ho scelto allocco, che viene usato anche per una persona sciocca. Il problema è che, in un gesto di furia, il mago trasforma Ozziplozzi in Gipfel e che, come mi ha fatto notare la mia editor mentre lavorava alla mia traduzione, l’uccellino si vede pure in quattro illustrazioni diverse e non può essere assolutamente scambiato per un allocco (un rapace notturno molto più grande). Quindi bisognava trovare in fretta qualcos’altro. E così, dopo un attimo di panico, ci ho pensato un po’ e mi è venuto in mente un insulto che usavamo alle elementari: “Ma sei tordo?”.

Grazie!

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