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30 gennaio 2019

Qui puoi toccare le persone

Ho vissuto indirettamente attraverso le giornate pesanti e tese di una cara amica e di mia cognata, la vita in terapia intensiva neonatale (TIN) e quindi non l’ho vissuta “veramente”. Però ho vissuto l’esperienza di perdere dei figli piccolissimi e l’inno alla vita di Monica Morini mi ha commosso. Qui ci sono le altalene è infatti una sorta di canto delle sirene, dedicato a quei piccoli guerrieri che con la forza dei loro pochi etti lottano tutti i giorni per vivere, ma è soprattutto il canto struggente di quei genitori che al di là del vetro possono spesso solo fare il tifo e pregare che quei pochi etti di sangue e carne e capelli non smettano di stringere la propria mano intorno alla vita.

È un testo indubbiamente emotivo e forse stuccherà il gusto dei lettori lontani da esperienze di questo tipo, da parte mia posso dire che il testo mi ha rapito per l’affinità di esperienza e le immagini di Eva Sánchez Gómez mi hanno fatto venire le vertigini!

«Cosa c’è qui? Perché svegliarsi da questa parte? Perché il tuffo nella vita? Ascolta apri gli occhi qui proprio qui dove ci sono gli scivoli dove i denti cadono e poi ricrescono…».

«qui ci sono i baci puoi coccolare la mamma puoi coccolare il papà … ululare cantare toccare le persone osservare i vivi…».

Trovo interessante lo sforzo di declinare le esperienze belle della vita in modo specifico («scoprire San Siro con tuo padre») oltre che rileggere quelle più universali attraverso un accento originale («ascoltare la luna», «schiacciare le pozzanghere»).

Cantilenante e appropriato il ritmo lento, di chi ha la voce quasi strozzata.

Fino al sussurro finale «nei sogni si cresce», sì perché nei lunghi interminabili sonni che la TIN custodisce, la speranza è che le parole aiutino a tenere duro, così come testimonia il miracolo di Karim narrato nella postfazione.

Davvero ben scelto il titolo che da una parte richiama visivamente un’esperienza bella che il mondo dei vivi offre, ma dall’altra riecheggia dolorosamente l’impressione che si ha, quando si vive in ospedale, di andare a avanti e poi indietro.

Impressionanti le illustrazioni di Eva Sánchez Gómez: una sorta di silentbook indipendente che volutamente non segue il testo e anzi si posiziona anche in modo sbilanciato rispetto al testo, poiché lo segue. Oniriche, profumate, stordenti le immagini ci catapultano in una foresta vergine, un paradiso perduto (?) o forse proprio un paradiso e basta, tra gioiosi bambini selvaggi che forse hanno scelto l’altro lato dell’orlo della vita e luce abbagliante resa attraverso il bianco assoluto della pagina che ricorda quella delle lampade ospedaliere. Tutto è profumato, rigoglioso, felice, intenso, vitale… ma la protagonista abbandona quest’isola lussureggiante per seguire il tenue canto di un pettirosso: sarà la voce della sua mamma? 

La dimensione primigenia, espressa da questa immagini, parla di un bambino che non ha ancora scelto la vita e, sebbene la protagonista illustrata sia una giovane ragazzina dai rossi capelli, possiamo immaginarcela come lo spirito svelto, guizzante ed energico di una neonata, ancora sull’orlo della vita. I rossi e i blu, il sangue e il cielo si mescolano in un turbine di linee belle e sognanti. Bravissima!

Concludo con un’unica nota. 

C’è una parola però che mi ha strappato una reazione intensa, proprio perché questo libro mi ha preso visceralmente: tra le parole cercate, pesate e scelte stona prepotentemente “divorziare”, termine di cui davvero non ho capito la coerenza testuale e neppure la ragione se non in un vizio di orientamento. In un testo che si muove nel campo semantico dell’esperienza infantile “divorziare” non c’entra nulla, e neppure a mio avviso è comprensibile nelle sfaccettature di cui forse l’autrice vuole caricare la parola. Inoltre credo che nel desiderio di offrire delle parole che siano «un filo d’oro resistente a cui appendersi in volo» (queste le bellissime parole della postfazione), “divorziare”, che implica sempre un fallimento, un dolore e una sconfitta, sia un’ideologico inserimento che stona in un testo che vuole essere un inno alla vita e un invito a gettarsi in essa. In ogni vita certo c’è dolore, errore, mancanze, come ci saranno tante meschinità e bruttezze, ma perché lanciare da subito l’idea del fallimento a partire da una promessa tradita?

P.S. qui potete ascoltare la ballata.

Qui ci sono le altalene
Monica Morini – Eva Sánchez Gómez

28 pagine
Anno: 2018

Prezzo: 18,00 €
ISBN: 9788899136413

Edizioni corsare

Comments

  1. Luisa

    Ho pianto

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