Per poter leggere nella giusta prospettiva Ancora, papà!, di Mariapaola Pesce e Irene Penazzi, è importantissimo soffermarsi con attenzione sul titolo, dove un virgola segna una differenza abissale tra quello che avrebbe potuto essere uno sdolcinato albo celebrativo e quello che invece è, ovvero un commovente manifesto di gratitudine. Se notate bene, infatti, la presenza della virgola fa sì che “papà” risulti un vocativo (una invocazione, come a dire “dai, papà, ancora!”) e questo attribuisce senza ombra di dubbio il testo alla voce di un figlio - di una figlia nello specifico. La storia, dunque, si struttura non come una semplice constatazione di eventi, il testo, cioè, non è un neutro racconto di una voce esterna, ma si tratta un racconto in prima persona.

«Ancora un bacino, ancora un gradino, ancora solletico sul pancino».

Il testo non è altro che questo: un’accorata galleria di “ancora, ancora” che possiamo immaginare pronunciati, o pretesi con sorrisi e gesti o parole non dette da una figlia, lungo tutta il corso della sua vita. Come suggeriscono i risguardi (GODETEVELI!), che raccolgono come album fotografici mosaici di istantanee della vita insieme, quella che attraversiamo nel libro è una vita, dove ciò che rimane costante e infrangibile è il rapporto con il proprio papà (c’è anche la mamma, eh! Ma in questo albo lascia il palcoscenico al papà!).

Dalle notti nel lettone alle smorfie allo specchio, dalle scuole guida mozzafiato (che ricordi che ho anche io!!!) ai rientri notturni con papà annesso sul divano, in attesa. Dai pianti disperati da cuore spezzato ai mobili montati nella casa nuova.

Dai passi lungo l’altare al pancione che riempie di meraviglia.

«Ancora un passo fino all’altare ancora una foto per ricordare ancora una lacrima da trattenere»

È sempre la figlia che chiede, chiede, chiede: ancora, papà, ancora. Come a dire, non smettere! E il padre, come potete immaginare, non si risparmia mai. Ci sono alcuni “ancora” che - a rigor di grammatica- deviano da questa domanda assillante, o forse no? Perché anche quando l’“ancora” non è esplicitamente richiesta, cela sempre una invocazione di rapporto, con il proprio papà.

«ancora un centimetro e la demolivo. Ancora una notte per studiare e un’altra invece per festeggiare. Ancora un bacio prima di partire»

«Ancora due giochi da costruire ancora una scusa da raccontare ancora un giro e poi a dormire»

Il donare costante del papà è commovente e molto vero. Lungo tutta la vita l’amore si trasforma e si adatta per essere sempre il braccio o meglio l’abbraccio che accoglie e sostiene la figlia: un gatto nella camicia, una tazza di caffè caldo nella notte, un facchino scarica scatoloni, un urlo emozionato, un silenzio lacrimevole…

Irene Penazzi rende veri tutti questi momenti senza retorica o sdolcinatezze, o meglio, ci sono situazioni strappasorrisi (come il papà-nonnno che si incolpa di aver mangiato lui tutti i cioccolatini al posto del nipote), ma che sono disarmantemente veri, perché accade così. 

I colori brillano grazie anche ad un equilibrato gioco di bianchi e colori pieni che conferma la capacità indubbia di questa illustratrice.

I personaggi sono riconoscibili grazie ai vestiti (la maglietta a righe nere della figlia e la camicia a quadri stile boscaiolo del padre) e la storia segue un filo narrativo-orsacchiotto, ma io  penso che siano elementi superflui. Non credo ci fosse la possibilità di non cogliere il focus relazionale che ogni tavola illustrata racconta: i gesti, gli sguardi sono inequivocabili, sono imponenti, sono felici, sono loro.

Che bella la paternità, ma anche la figliolanza, non credete?!

Trattenete le lacrime! Avete trovato il regalo di Natale per i vostri papà!

Ancora, papà! Mariapaola Pesce - Irene Penazzi 40 pagine Anno 2020 Prezzo 15€ ISBN 9788861896017 Editore Terredimezzo
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