Quella che ci appropinquiamo a celebrare nei prossimi giorni è la memoria dei morti (2 novembre) e, se nella storia questo ha significato una rielaborazione simbolica che ha voluto allontanare e forse esorcizzare questo pauroso passaggio, al centro tuttavia rimane un grande mistero dell’esistenza umana: la morte.
Nessuna cultura umana ha mai negato il confronto e il racconto della morte stessa, che è sempre stata presente come elemento perturbante delle narrazioni orali, invece nella contemporaneità la sua presenza è sempre più marginalizzata e allontanata, soprattutto dall’infanzia.
Sono, dunque, rimasta colpita da Il meraviglioso libro della morte, un libro di divulgazione che indaga il fenomeno della morte da un punto di vista scientifico e culturale, con una serenità e una pacatezza davvero encomiabili.
Soledad Romero Mariño, spagnola, affronta sistematicamente i grandi momenti legati alla biologia della morte, ma ciò che rende questo libro affascinante è che questa non viene mai slegata dall’aspetto e dalla prospettiva umana e “semantica” e questo evita che si crei un clima narrativo asettico e disturbante. Parlare infatti del ciclo della vita sia come naturale esito biologico, sia come passaggio di ogni creatura vivente sia come rielaborazione della comunità umana, inscrive questo passaggio pauroso e misterioso dentro una domanda che accomuna tutti gli uomini.
L’albo lascia molto spazio all’impressione visiva e a volumi e a composizioni illustrative anche simboliche che hanno un forte impatto sul lettore: Mariona Cabassa affronta evidentemente il tema, rifacendosi alla colorata tradizione messicana de il “Día de muertos”, prediligendo colori brillanti e accesi, ma senza rifuggire dalla rappresentazione di scheletri, cimiteri e bare.
I testi sono chiari, schietti e franchi: non ci sono giri di parole per smorzare il contenuto o rassicurare. Come l’autrice dirà nelle ultime pagine:
«la morte fa parte della vita e forse, se cominciamo a guardarla e a parlarne con naturalezza, sarà più facile da accettare»
Questa mi sembra la chiave narrativa che ha dato vita a questa narrazione. L’autrice procede passo per spasso quasi evidenziando i singoli momenti che si succedono nella morte: ci sono come le cause, l’ora della morte, la decomposizione… e questo ridimensiona l’idea che la morte sia un evento imponente di un attimo solo.
Il libro, inizialmente, racconta questi passaggi, riferendosi al mondo animale e a quello vegetale e in questo modo stempera le naturali paure, che si legano ad una pertinenza umana del racconto. La decomposizione con l’attacco dei batteri e dei funghi alla materia una volta vivente, per esempio, sono raccontati attraverso esempi che riguardano gli animali o le piante; allo stesso ambito l’autrice si rivolge quando riflette sulle morti violente legate alle uccisioni.
Il passaggio all’aspetto umano avviene nel racconto dei funerali e quindi dei riti che si accompagnano alla morte. Inizialmente si racconta dei comportamenti di alcune specie animali sociali che si accorgono della morte e che quindi la celebrano o la cantano, per poi passare ai riti e alle tradizioni che le culture umane hanno sviluppato nel tempo.
«Gazze. Il canto d’addio. Quando una gazza trova il corpo senza vita di un suo simile, emette uno speciale canto di richiamo. A quel punto, gli esemplari accorsi gli si radunano intorno e iniziano a sbattere il becco generando un sonoro canto funebre che può durare mezz’ora»
Da qui in avanti, il libro rifletterà esclusivamente sulla prospettiva umana, raccontando dei cimiteri, delle tradizioni legate al giorno dei morti, degli dèi associati al passaggio dalla vita alla morte; poi si dedicherà al rapporto della morte con la scienza, in relazione alla storia (scoperte mediche che hanno strappato alla morte e hanno combattuto epidemie inizialmente catastrofiche).
Ogni grande tema è introdotto da un titolo ed è esemplificato da una serie di esempi o di aneddoti:
«Le quattro creature trempulcahue, dee della morte nella mitologia mapuche. Ogni notte queste quattro anziane donne si trasformano in balene per trasportare sul loro dorso i morti fino all'isola dove riposano»
«La vanitas: una natura morta. La vanitas è una composizione pittorica di oggetti dedicata alla morte. L’artista ritrae teschi, orologi, frutta marcia, fiori appassiti, insetti morti, candele consumate, polvere, fumo… Lo scopo è quello di ricordare allo spettatore che il tempo passa e che, inevitabilmente, moriremo tutti. In questo genere pittorico, i libri, il denaro e i gioielli esprimono l'idea che né la conoscenza, né la ricchezza, né il potere sono in grado di fermare la morte»
Il libro si conclude con alcune interessanti sezioni dedicate alle implicazioni psicologiche e spirituali di fronte a cui la morte mette l’uomo: il racconto del lutto, dei tabù e di ciò che c’è oltre la morte.
Senza voler essere esaustivo o teorico questo libro rimette al centro con naturalezza e serenità un tema che spesso viene raccontato solo nella dinamica della esorcizzazione, rimandando al lettore la possibilità di elaborare un pensiero.
Sono pagine da prendere seriamente, seppur con molta naturalezza, un libro che sarebbe bello potesse incontrare tanti bambini.