Dan Santat firma La prima volta di ogni cosa, un graphic novel di stampo autobiografico che racconta di una di quelle estati fondanti e così disordinate e strampalate come ne accadono poche nella vita: la fine delle scuole medie.
Il racconto è molto onesto – ed è evidente che parte da un canovaccio di ricordi reale, come l’autore racconta nella postfazione -, verosimile e dettagliato e questo risulta immediatamente coinvolgente.
Un timido ragazzo, per niente popolare, si trova catapultato in un luogo molto lontano dalla sua comfort zone: un viaggio all’estero lontano da casa circondato da ragazzi e ragazze incontrati lungo il viaggio e uniti solo dall’organizzazione. La compagnia è composita e conta amici che erano tali alla scuola dell’infanzia e da ragazze che, forse, in terza media, intimoriscono più che affascinano, tanti ragazzi “nuovi” e di fronte a sé 21 giorni da passare nell’ignoto.
La partenza si muove sul crinale adolescenziale che declina il desiderio di non fare nulla che, unito al prevedibile terrore di misurarsi da solo con una serie di prime volte, fa partire Dan con “il freno a mano tirato” e rende il racconto in prima persona estremamente interessante.
Gite in pullman, tante ore di viaggio costretti nello stesso spazio e poi camere d’albergo e tanti, tanti incontri perché il viaggio in questione prevede il soggiorno anche presso ostelli e case locali che ospitano i ragazzi per i viaggi d’istruzione.
Eppure Dan è, agli occhi degli altri, “nuovo”, nessuno ha pregiudizi su lui e lui non ne ha sui compagni: è una zona franca, nuova, vergine, tutta da esplorare.
Il racconto ha una sceneggiatura estremamente interessante che si muove avanti e indietro sulla linea del tempo e dà al lettore uno scorcio consapevole della vita alle medie… non sempre rosea!
Quello a cui assistiamo non è un tour per le capitali europee e, in fondo, dei luoghi visitati i lettori coglieranno alcune suggestioni estremamente diluite. I momenti essenziali e più importanti del viaggio sono altri, sono quelli che sottolineano e ribadiscono la scoperta di sé, grazie alle relazioni.
Il titolo è estremamente ben pensato, perché il lettore è di fronte a un racconto di tante prime volte che trapuntano quella estate e la rendono unica.
Il primo bacio, il primo furto, la prima sigaretta, il primo pomeriggio camminando da soli per una città straniera, la prima cotta, la prima discoteca di sera…
Santat ha una capacità schietta nel raccontare e nel districare tutta la confusione, le contraddizioni, l’euforia, la gioia, l’entusiasmo, i repentini cambi di stato d’animo e di emozioni che caratterizzano le prime scoperte nel misurarsi da soli.
Questo piglio introspettivo è godibile, perché è tutto affidato i dialoghi e ai ricordi e le situazioni sono così verosimili che compongono un mosaico estremamente veritiero di quella che potrebbe essere stata una vacanza nel 1989! La lingua è coerente, schietta, semplice..ma ricerca anche una coerenza con il periodo storico
C’è tutto quello che dovrebbe starci in un’estate memorabile, ma soprattutto c’è la scoperta di un sé nuovo, affascinante, che supera le etichette ricevute alle medie e c’è la scoperta degli amici che aiutano a guardarsi con occhi nuovi.
Certamente quello che incomincerà a settembre non è solo un nuovo anno di scuola, ma una nuova vita, con al centro un nuovo sé che è sbocciato, cresciuto e cambiato ed è pronto per la grande esperienza delle superiori.
Bello!








Una risposta
Sembra davvero un bel fumetto, vorrei leggerlo.