25 Agosto 2026

La canzone d’amore delle mani che lavorano

Non è propriamente un libro estivo e sulle vacanze, ma La ruota di Federica Ortolan e Antonio Bonanno mi ha riportato con decisione in spazi che mi è capitato di frequentare spesso durante le mie estati: i musei etnografici, luoghi in cui le piccole comunità tengono traccia e memoria di una vita passata, che ha plasmato la realtà che oggi vivono. 

Mi ha sempre colpito riconoscere, nell’universo di utensili e oggetti custoditi, l’eco di un modo di vivere diverso eppure non così lontano dalla mia vita: ci si innamorava, si dormiva, si mangiava, ci si divertiva… come oggi.

Da una suggestione simile, arricchita dai suoni che l’autrice sembra percepire di quella vita, si intreccia nelle pagine di quest’albo la melodia della mola dell’arrotino e degli utensili che da questa riprendono vita a una storia d’amore.

«L’arrotino arrivava una volta a stagione, in un giorno in cui avresti potuto dire che il tempo stava cambiando. O forse semplicemente il ‘prima’ e il ‘dopo’ lo decideva lui. Lo pensavano tutti, nessuno lo diceva»

E come forse anche noi abbiamo imparato a riconoscere gli impercettibili segnali che anticipano l’arrivo di qualcuno di atteso, così la Ortolan si immedesima in una piccola comunità di un centinaio di anni fa. 

L’aria anticipa misteriosamente l’arrivo dell’arrotino, ma più di tutto è una melodia ad essere il vero canto-richiamo che lo precede. La Ortolan personifica questo “sonare” non tanto in onomatopee che richiamino il rumore della bicicletta dell’arrotino che pedala con decisione, ma utilizza parole che, distillate in elenchi che ricordano la disposizione poetica, riproducono come note, una composizione musicale.

«Aghi 

pieghe

gessi

spilli

tessuti

modelli

velluti

filati

vestiti»

È questa la melodia che anticipava, nella mente della sarta, l’arrivo dell’arrotino.

«Noce 

acciaio 

frassino 

accetta 

spacco 

secco. 

Ecco!»

È questa la melodia che risuonava nella testa del boscaiolo.

«Erba 

linfa

fieno

fiore. 

Reciso!»

È questa la melodia che, nella falce affilata, percepiva il contadino all’arrivo dell’arrotino.

Ma è anche semplicemente il rumore di chi in casa lo attendeva per riaffilare i coltelli di tutti i giorni: 

«Crosta

mollica

crosta

denti

morso

gusto

pasto

appetito. 

Squisito!»

Il mestiere dell’arrotino ha a che fare con gli strumenti, ma il primo strumento – sembrano suggerire il testo e le immagini – è la mano che lavora, perché – certo – la ruota suonava con il proprio girare, ma la melodia veniva composta dalla lama sapientemente fatta scivolare dalla mano.

Musica e lavoro, dunque, mola-ruota e strumento musicale si sovrappongono tra le parole dell’autrice senza soluzione di continuità in un continuo scambio semantico.

L’arrotino non rappresenta solo – come ribadisce più volte la Ortolan – il collegamento tra la città e i paesi, esso è un collante che supera le divisioni di classe, perché dell’arrotino avevano bisogno i musicisti, i falegnami, i sarti, i contadini, i macellai, i barbieri, i poeti: chiunque “facesse” non poteva fare a meno dei suoi servigi. E tra tutte queste mani e mestieri, la musica dell’arrotino si trasforma addirittura in serenata d’amore.

«Andava sempre al paese del barbiere, prima di partire verso il suo segreto. […] Lui arrivava lì in un giorno in cui avrebbe potuto dire che il tempo stava cambiando. O semplicemente il ‘prima’ e il ‘dopo’ dipendevano da lei. Lo pensava sempre, da sempre, non l’aveva mai detto»

In quell’appuntamento, atteso amorevolmente anno dopo anno, si costruisce un amore, grande. Ed è un cambio impercettibile di punto di vista che rende quello che era assolo, un duetto:

«Non si chiedeva niente, di lui.

Sapeva che lui sapeva. Aggiustare. Riparare.

Riparava ombrelli,

riparava dal sole,

dalla pioggia,

dal vento,

dal tempo,

dalla paura.

Cura»

Lo slittamento semantico nell’uso dello stesso verbo “riparare” suggerisce nuovamente al lettore di essere di fronte a quel doppio registro che ha accompagnato tutta la narrazione della ruota e della musica. Ed è proprio in un vorticoso girare di ruote,  di gonne e di musica che si chiude questa storia d’amore, con una parola inaspettata che con l’amore ha molto a che fare.

La lingua di Federica Ortolan è pensata e curata minuziosamente nelle sue assonanze e nel suo suonare e non solo raccontare. Si nota una particolare attenzione al ritmo e sono molte e significative le ripetizioni, anche lontane nel testo, che suggeriscono nascostamente parallelismi ed echi.

Antonio Bonanno segue la il lavoro dell’autrice, lasciando molto spazio agli utensili e ai gesti, suggerendo anche illustrativamente l’importanza del suono e della melodia: protagonisti di questa storia, ugualmente importanti, sono i temperini, le forbici, le falci, le asce, le ance, le lame… che cantano la melodia di questa storia d’amore. 

La palette di colori sui toni di grigio, su carta sporcata, quasi macchiata dal tempo, conduce il lettore in un tempo che fu, ma – come vi dicevo – questo non toglie l’attualità di una bella storia d’amore che parla ancor oggi.

La ruota
Federica Ortolan - Antonio Bonanno
32 Pagine
Anno 2026
Prezzo 20,00€
ISBN 9791280824936
Editore Corsiero editore

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