La tela di Carlotta arriva quasi 10 anni dopo il primo romanzo per ragazzi (Stuart Little) scritto da Elwyn Brooks White, eppure questo secondo romanzo sopravanza in celebrità ogni altro scritto dell’autore newyorkese. È da questo romanzo che sono stati tratti film e sequel, è questo romanzo che in pochi anni ha raccolto le più note onorificenze letterarie ed è sempre questo romanzo ad essere stato incoronato, nel 2000, dal Publishers Weekly come il tascabile per bambini più venduto di tutti i tempi.
Tuttavia devo con tranquillità ammettere che il mio libro per ragazzi preferito di White rimarrà sempre Stuart Little che nella sua composizione ardita e inusuale sfida i soliti canovacci narrativi dei ragazzi, regalando qualcosa di nuovo al suo pubblico.
White che, dopo il primo romanzo dovette affrontare profonde critiche sia da bibliotecari che da molti critici che non compresero Stuart Little, scrisse La tela di Carlotta il libro che tutti si aspettavano e che nessuno avrebbe criticato, come effettivamente avvenne.
Senza grossi scossoni e colpi di scena La tela di Carlotta si presenta come un romanzo semplice e prevedibile su un’amicizia improbabile eppure solidissima tra il più debole maialino nella cucciolata (Wilbur) e una ragna di nome Carlotta.
Tra queste pagine si respira tutto l’amore che White aveva per i luoghi tranquilli e la sua fattoria dove visse gli ultimi della sua vita, riparato e protetto dagli orrori della seconda guerra mondiale. Gli scorci descrittivi della campagna, gli animali, i dialoghi e le micro avventure tra il truogolo, la stalla e il cortile testimoniano quel sereno compiacimento che l’autore provava nell’allontanarsi dalla frenetica New York che lo aveva consacrato come brillantissima penna.
Di White allora si scriveva:
«è toccato dalla poesia e legato alla verità. Trova in un’immagine sardonica o in un incidente domestico l’espressione di temi che sono passati attraverso tutte le menti contemporanee che non dormono e gli spiriti contemporanei che non sono spenti. Nell’eccellenza dello stile White è un’approssimazione moderna di Montaigne e Thoreau. Il nostro miglior saggista, forse il nostro unico»
La storia si apre su Fern, una bambina di otto anni che si oppone fermamente alla uccisione del piccolo maialino che, nato gracile e debole, rischia di essere eliminato.
Fern cresce dunque il maialino, Wilbur, come un piccolo animale da compagnia: lo nutre col biberon, gioca con lui, lo porta in giro nella sua carrozzina con le bambole fino a quando, ormai troppo cresciuto, deve accettare che vada a vivere nella vicina fattoria dello zio. È qui che Wilbur farà conoscenza con la ragna Carlotta, con la quale stringerà una profonda amicizia che sarà addirittura la possibilità per Wilbur di sopravvivere.
Sì, perché Wilbur, dopo poco, si rende conto che il suo destino è quello di ingrassare e poi finire ucciso per essere trasformato in prosciutti e pancetta e sarà proprio Carlotta che si ingegnerà, escogitando un piano per salvargli la vita.
Il piano di Carlotta prevede che nella sua tela appaiano dei messaggi che convincano gli umani di essere di fronte a una sorta di miracolo e di animale davvero straordinario:
«Il giorno seguente c’era una gran nebbia: non esisteva cosa, nella fattoria, che non trasudasse umidità. Il prato sembrava un magico tappeto e il campo degli asparagi una foresta argentata. In mattinate nebbiose come quella, la tela di Carlotta era veramente splendida, e quel giorno ogni suo tenue filo era ornato da centinaia di minuscoLe gocce d’acqua. La tela brillava alla luce e formava un motivo affascinante e misterioso, simile a un velo delicato. Perfino Lurvy, che non possedeva uno spiccato senso del bello, si accorse della tela quando giunse con la colazione del maiale. Notò come spiccava nitidamente, com’era grande e costruita con cura. Poi guardò meglio e vide qualcosa che gli fece posare precipitosamente il paiolo. Là, al centro della tela, tessuta a stampatello, c’era una scritta, che diceva: CHE MAIALE! Lurvy si sentì venir meno. Si fregò gli occhi col dorso della mano e riprese a fissare più intensamente la tela di Carlotta»
Il salvataggio di Wilbur costituisce la trama principale, a cui si aggiungono gustosissime descrizioni e piccoli eventi collaterali che si svolgono intorno al recinto di Wilbur. La coralità, infatti, si amplia nelle vicende e nelle voci di tutti gli altri animali della fattoria, che sono naturalmente un divertentissimo diversivo per gli ascoltatori più piccoli: la nascita delle uova, il topo che nasconde l’uovo marcio, gli agnellini e le pecore…
Gli umani in questa storia sono elementi collaterali e spesso marginali. A parte Fern, che mostra la capacità di comprendere il linguaggio degli animali – dote che la accomuna a grandi personaggi della letteratura come i bambini in Mary Poppins, Peter Pan e Perri – e che la rende protagonista di gioiose scene come l’altalena nel fienile e i giochi nella fiera annuale, gli adulti hanno un ruolo subalterno, che si sintetizza nel rimanere incantati di fronte alle meraviglia della tela di Carlotta.
Proprio alla fiera annuale Wilbur ottiene la certezza di essere salvo, poiché le scritte di Carlotta hanno sancito che Wilbur è un maiale talmente eccezionale che certo non può essere macellato. Carlotta, proprio in quell’occasione, morirà lasciando in eredità a Wilbur le sue 514 uova, che apriranno nel suo dischiudersi un nuovo ciclo di amicizie ed avventure.
«“Oh, Carlotta!” esclamò. “Perché hai fatto tutto questo per me?” chiese. “Non lo meritavo: non ho mai fatto nulla per te, io”. “Mi sei stato amico” rispose Carlotta “e questa è già di per se stessa una cosa eccezionalmente importante. E io ho tessuto le mie tele per te perché ti volevo bene. Che cos’è un’esistenza, in fondo? Si nasce, si vive per un periodo brevissimo, si muore. L’esistenza di un ragno, poi, non può non ridursi che a una miseria, con tutto questo intrappolare e mangiare mosche. Aiutandoti, ho forse cercato di elevare la mia vita di un poco”»
La penna affilata e precisa che riusciva a destare argutamente mondi e situazioni e che in Stuart Little baluginava con più chiarezza, in questo romanzo risulta meno evidente. White sceglie una scrittura piana esplicita, esattamente come si richiedeva fossero le narrazioni per ragazzi nell’America degli anni ’50.
Non siamo di fronte a una brutta storia, perché White era uno scrittore capace che costruisce una parabola di amicizia dove però la prevedibilità ha preso il posto degli arditi tentativi, delle domande aperte, delle partenze senza meta.
Il risultato è un racconto semplice e chiaro, adatto anche alla lettura dei bambini molto piccoli, ma senza guizzi.




