La sovranità del vuoto di Christian Bobin è un saggio breve – come molti ne scrisse il filosofo francese – che sembra provocare quasi allontanare: perché mai il vuoto dovrebbe essere assurto a ideale? Scoprirlo è una sorpresa.
L’apertura dello scritto orienta il lettore verso una riflessione sulla scrittura e sulla lettura e chiama immediatamente in causa l’infanzia.
«Potresti essere lontano dalla tua vita. Come sempre, vero? Una condizione comune, banale. Il corpo andrebbe da solo verso l’abisso, con lo slancio acquisito dell’età. E sotto la freschezza del sangue, una debolezza, una cenere. Una nostalgia: l’anima. Malata, sì. Probabilmente: malata. Il vero nome della malattia potrebbe essere l’infanzia. E come tale, inguaribile. Potrebbe avere anche un altro nome: la vita»
Il libro è scandito in quelle che sembrano pagine di diario o, più propriamente lettere, che il filosofo francese indirizza ad uno sconosciuto interlocutore e che diventano l’occasione per spiegare e raccontare il significato della scrittura e della lettura.
Ogni capitolo si apre con osservazioni spesso casuali, ma indiscutibilmente reali che il poeta annota, nell’atto quasi banale di sollevare lo sguardo oltre la propria finestra. Ogni descrizione esperienziale diventa, poi, passaggio filosofico che raggiunge il cuore del ragionamento: perché si legge? Perché si scrive? La scrittura del filosofo è densa, come fa notare Chandra Livia Candiani nella bellissima introduzione che scrive con Mariangela Gualtieri, è una scrittura intrinsecamente imparentata con la poesia, affine al silenzio, alla solitudine, alla quiete.
Spesso le parole scorrono senza che se ne capisca il senso, eppure è indubbio che queste aprano un varco che, attraversatolo, si illumina di limpida chiarezza.
Il fondamento di questo pensiero è costituito dal fatto che per leggere è necessaria una domanda di felicità che preceda l’atto stesso della lettura. Uno spazio vuoto, da qui il titolo, che la letteratura è capace di colmare, perché la letteratura – così come ne parla Bobin – è qualcosa che riguarda la dimensione esistenziale dell’uomo e per spiegarlo, ancora una volta, ritorna alla descrizione del bambino.
«Il bambino, il lettore, preso nell’apprendistato insonne della vita in società, tenuto in questa stupidità generale dall’obbligo di parlare, sempre, di rispondere presente, sempre, perché ci sono domande, perché ci sono richieste, sempre, che non smettono, che non smettono di straziare il silenzio che dorme dentro di lui, il bel silenzio, il silenzio sonnambulo. Che gioia per lui distrarsi, aprire un libro, lasciare andare le sollecitazioni, le compagnie, i legami approssimativi. Purificarsi. Entrare nella lettura. Entrare nelle fantasticherie. Purificarsi. Sta leggendo, non per sapere, non per imparare, non per accumulare, per ammassare, per acquisire. No, nulla di tutto ciò. Sta leggendo molto di più per dimenticare, per liberarsi, per perdere, per perdersi. Mentre torna ad essere solo, infinitamente solo. Abbastanza solo per non esserlo mai più»
Per poter godere della lettura, dunque, bisogna riconoscere e ritornare alla consapevolezza di un bisogno, un vuoto che le storie possono colmare. Ad un certo punto, Bobin infatti dirà che leggere è come fermare il tempo, percepire per un attimo la dimensione dell’eternità. Il vuoto di cui parla il filosofo francese è, dunque, un luogo dove c’è tutto e nello stesso tempo non c’è niente, un vuoto fertile capace di accogliere tutto.
La letteratura, così come la poesia, riguarda il tutto, perché permette per contagio di guardare tutto, come se fosse un libro.
«Contemplando tutto, volto, aurora, pietra, come altrettanti libri che ci vengono offerti»
Leggere insegna a guardare il mondo, ma poi è il mondo, di riflesso, a raggiungere il lettore, testimoniando un amore che, se accolto, non può che portare l’uomo a scrivere. Dalla lettura alla scrittura.
«Stare ovunque come in una stanza, come in una foresta, come in fondo al mare. Ovunque così. A non fare nulla. A guardare, tutto. Non sarei fatto per il nulla. Sarei fatto per questo: il tutto. L’Amore. Le cose mi vengono incontro, tutte le cose. Per il loro silenzio, entrano in me. Prima per il loro silenzio. Poi la loro luce prende forma dentro di me, discreta, piccolissima. Miracolata. Alla fine l’incendiarsi, il lampo, il venire bruciati, lo sprigionarsi della luce. Dopo, scrivere, solo dopo. Ecco. E tutto»
Bobin, che è un filosofo cattolico arriva a dire il nome di questo amore, “Dio”, le buone storie nascono solo all’accoglienza del tutto, in questo vuoto scavato nell’animo di ciascuno, pronto ad accogliere il tutto. Anche se non si è credenti, si può intuire la dimensione esistenziale che il pensiero di Bobin racconta:
«Perché Dio è fuori, […] Dio non ha casa, non ne ha bisogno e d’altra parte quando vede una casa, apre le porte, squarcia i muri, brucia le finestre e tutto entra con lui, il giorno, la notte, il rosso, il nero, tutto e in qualunque ordine, e allora, e allora soltanto, le case divengono sopportabili, allora soltanto possono essere abitate, poiché in esse c’è tutto, il sole, la luna, la vita estremamente folle, la grandissima dolcezza della follia, gli occhi pervinca della follia»
Trovo perfettamente convincente e verosimile la descrizione di cosa dovrebbero essere le storie. Nella letteratura per ragazzi, io cerco questa tensione contemplativa ma anche così teneramente umana. È nuovamente interessante che Bobin ritorni a parlare dei bambini per raccontarci come questa sia la dimensione, di cui chi scrive (gli autori) deve riappropriarsi: abbandonare la vita apparente per tornare alla vita vera che i bambini conoscono così bene.
«solo i bambini riescono a confondere così, con tale finezza, i loro giochi di voci, di risa, con il brusio degli elementi, con il respiro sordo delle onde. Probabilmente l’avrai già notato: le voci degli adulti, invece, non raggiungono nulla, non abbracciano nulla. Fanno schermo, tagliano, impediscono, danno fastidio»
Ed ecco che torna quel nulla, quel nulla che è così fecondo e che i bambini conoscono bene: quante volte sorprendono gli adulti con il loro far nulla?
«Parlare e credere di parlare. Fare delle cose e credere di fare qualche cosa. Per parte mia, preferisco non fare nulla. Preferisco fermarmi alla prima età del mondo, della notte, del freddo. Della profondità della notte, dell’ombra, del gelo, non ho da dire nulla, non penso a nulla»
È necessario ritornare a quella dimensione infantile, primigenia: «dobbiamo prima ritrovare ciò che in noi è come l’acqua, l’aria, il cielo»
Credo che questo saggio sia un potente richiamo per chiunque si occupi di letteratura, di storie e d’infanzia, un invito a tornare ad essere esigenti con le storie, a stimare i bambini, a mettere da parte la costruzione del proprio ego, per rimettersi umilmente di fronte alla letteratura, nella sua dimensione più potente.





