Mino Milani, pavese classe 1928, destinato originariamente a diventare medico, ha dedicato invece la sua vita alla scrittura, agli studi storici e al giornalismo, rivolgendosi quasi da subito anche ai ragazzi: prima con il Corriere dei Piccolie poi grazie a un’ampia produzione di romanzi. Indimenticabile fu il suo lavoro nel genere western con Tommy River, ma anche la scelta di riscrivere o re-immaginare pagine tra le più avventurose del ciclo arturiano e dei poemi omerici, rinvigorendo il romanzo storico e avventuroso di nuova qualità.

Tra le sue opere della maturità spicca L’ultimo lupo, scritto nel 1993, un romanzo schietto, rivolto ai ragazzi, che tiene insieme quelli che potremmo certamente enucleare come temi (rispetto della natura, caccia, cura degli anziani…), pur rimanendo, nell’impressione generale, semplicemente un’ottima storia.

Il romanzo è scandito in cinque parti (Il vecchio, Il ragazzo, Il bosco, Il lupo, La vita) e racconta la storia di Mario, un ottantaquattrenne che vive in un paese montano, unico superstite di una migrazione che ha portato tutti gli abitanti giù nella valle. Strano che un romanzo per ragazzi si apra raccontando le disavventure di un uomo così avanti in età! Eppure… vedrete!

La storia di Mario è quella di un uomo senza figli che viene costretto dal nipote e dal sindaco ad abbandonare il suo paese e la sua casa per essere rinchiuso in una casa di riposo. Milani è lucido nel raccontare questa vicenda, lo fa senza sconti, ma soprattutto - questa è una cifra notevole della sua scrittura! - senza commenti, lasciando che l’ipocrisia possa parlare da sola ed essere vista dal lettore senza commenti espliciti dell’autore.

«“…se ti chiedo di venire a stare con noi [a valle nell’ospizio ndr.], è perché ti vogliamo bene. Adesso hai il diritto di riposarti. Alla tua età, ci si deve riposare”»

Dietro queste parole, che potrebbero sembrare partecipi e affettuose, c’è in realtà una grande violenza che strappa Mario alla sua casa, al luogo dove desidera vivere, al bosco di cui è stato custode per tutta la vita (faceva la guardia forestale), per rinchiuderlo in un posto che non gli appartiene. Mario si opporrà con la tenacia di chi sa che cosa vuole: scapperà dalla casa di riposo a piedi e tornerà alla sua casa sulle montagne, dove sceglierà di vivere senza elettricità, senza acqua corrente, ma finalmente felice.

Alla storia di Mario si incrocia quella del figlio di suo nipote, Enzo, un bambino di 12 anni, come tutti gli altri:

«Davanti a questi due piccoli schermi [tv e videogiochi ndr.], Enzo passava tre o forse quattro buone ore della sua giornata. Gli andava bene così, lo trovava un bel modo per impiegare il tempo, e del resto così facevano i suoi amici. Facendo tutti la stessa cosa, avevano un argomento comune di cui parlare. Non era mica poco»

Anche Enzo viene descritto da Milani con schiettezza, ancora una volta senza giudizi, pur nella descrizione delle contraddizioni che animano quest’età, senza giustificare ma senza nemmeno condannare i capricci, la volubilità, le scelte comode di questa età. Enzo è figlio di un cacciatore, quello stesso nipote che ha costretto Mario a lasciare la sua casa, ma che poi si disinteressa a lui, lasciandolo isolato in montagna, salvo decidere di sfruttare la sua conoscenza del bosco per assecondare un capriccio da borioso. Si è infatti sparsa la voce che nei boschi abbandonati dove abita Mario sia tornato un lupo: quale trofeo migliore per un gruppo di cacciatori accumulatori di trofei? Enzo verrà quindi portato per la prima volta a conoscere il vecchio zio che dovrebbe aiutarli a scovare le tracce del lupo.

Presentate le storie dei personaggi umani, si apre a questo punto la terza parte del romanzo, che introduce il primo di due protagonisti muti e schivi, ma altrettanto importanti: il bosco e il lupo.

«Ora che l’uomo se n’era andato, il bosco aveva preso la sua attesa rivincita. Aveva, prima di tutto, cancellato piste e sentieri, rinchiudendosi nel suo mistero»

E proprio nel bosco Enzo e lo zio Mario trascorreranno insieme alcuni giorni, in attesa che i cacciatori recuperino il necessario per la battuta. Il ragazzo scopre, attraverso l’anziano, la vitalità di quello che è considerato un luogo, un contesto, ma che invece si svela agli occhi increduli del ragazzo come un sistema vivente. Mario mostra al nipote, con gentilezza e nessuna condiscendenza alla volubilità di Enzo, il fascino di una vita capace di leggere e accordarsi a tutto quello che c’è intorno: lo zio Mario sa riconoscere dove trovare da bere, dove trovare da mangiare, come leggere il cielo e l’erba, come comprendere la vipera e la civetta. La maschera che l’adolescenza spesso mette addosso ai ragazzi si scalfisce, non con esiti scontati di riconciliazione: Milani è molto sincero nel raccontare come questo travaglio sia tutt’altro che lineare.

«Li calzò [gli scarponi ndr.], cominciò a stringarli con rabbia, s’accorse d’avere le mani sudate, e s’irritò ancora di più. Che idea! Chissà dove aveva in mente d’andare, quel vecchio! Alla fine, però, meglio star fuori, che in quella casa puzzolente. […] Lo zio aveva ripreso a camminare; mormorò: “Quella pianta lì - levò il mento - avrà trecento anni, lo sai?” “E a me che cosa importa?” pensò Enzo. Disse: “Ah”. […] Stavolta l'indifferenza che Enzo aveva provato, e che si era anche imposto di provare, si incrinò un poco. Quello era uno spettacolo - pensò - che nessuno aveva visto e che lui non avrebbe mai immaginato di poter vedere»

E poi c’è il lupo, che il lettore incontrerà per un attimo, fin quasi alla fine della storia, quello stesso lupo che Mario negherà di aver visto e che si rifiuterà di braccare, a differenza di Enzo.

Lo incontrerà proprio Enzo, quando, insieme agli amici del padre, si lancia alla ricerca e all’inseguimento del lupo. Si troverà, solo, faccia a faccia con uno spirito sfinito ma ancora libero, e dovrà prendere una decisione:

«Cercò di decidere con chi stare, se con lo zio o con il babbo e i cacciatori»

Che cosa lo aiuterà a capire con chi stare? Il riconoscimento di due diverse lingue: una crudele e l’altra mite.

Nonostante la confusione e nonostante le contraddizioni, Enzo deciderà di scommettere sul rapporto genuino che lo zio ha saputo offrirgli, intuendo che in quella vita e in quei modi di fare incomprensibili potesse esserci del buono.

«Non sapeva se esser pieno di rabbia o di gioia, di delusione o di trionfo. Aveva tradito? Forse sì: non dando l’allarme, aveva tradito. Salvando il lupo, aveva tradito. Ma chi? I cacciatori, chi altro. Non certo il lupo. E forse nemmeno lo zio. Forse lo zio aveva ragione, la vita è sempre complicata»

L’epilogo della storia mostra ai lettori come non sia sempre chiaro chi siano vincitori e vinti, chi i buoni e chi i cattivi. Ci sono, però, scelte.

«Tutto gli era sembrano malinconico, adesso, di colpo, tutto s’era fatto bello»

Quando si chiude l’ultima pagina di questo romanzo, l’impressione che si ha non è di una storia a lieto fine. Si comprendono però a fondo le parole che Mario, a un certo punto, affida al nipote: «la vita è una cosa complicata, ma per questo è bella. E poi, vedi, non c’è niente di cui avere paura».

Milani, con la sua scrittura precisa e schietta, che mai cede a sentimentalismi e moralismi, riesce a problematizzare storie quotidiane che spesso siamo abituati a leggere in forma di slogan (viva la caccia, abbasso la caccia, gli adolescenti sono bravissimi, gli adolescenti sono lunatici, i padri sono bravi, i padri sono orribili…), donando al lettore la responsabilità di leggere, capire, pensare e scegliere.

La vita è tutto questo.

Mino Milani, L’ultimo lupo, Piemme
Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *