Quello di oggi è un consiglio rivolto agli adulti, nato dalla penna della scrittrice e poetessa francese Lydie Dattas, che affida al libro, L’esperienza di bontà, un ricordo della propria infanzia.
La Dattas torna con la memoria a quando fu ricoverata, a tre anni, per un problema non specificato, in un ospedale gestito da alcune suore. I genitori sono costretti a rimanere lontani per le due settimane di ricovero e Lydie rimane completamente affidata alle cure delle suore. In questa situazione drammatica accade un miracolo, come esplicita Christian Bobin nella postfazione:
«È affidata a delle religiose che si limitano a sbrigare il loro lavoro, e solo il loro lavoro, ad eccezione di una che vi aggiunge un’allegria, una grazia, una dolcezza, tutte cose inutili in questo mondo, tutte cose che nessuno vi domanda quando svolgete un lavoro, tutte cose che curano l’anima attraverso il corpo, che la curano a modo loro, ferendola definitivamente, aprendola con una ferita sovrannaturale inferta alla vita intera e inedita.»
Questa è la descrizione esatta di quello che troverete raccontato in un centinaio di pagine, quello che abbacina, però, è la forma con cui la Dattas ricorda quegli attimi lontani nel tempo, attraverso parole che sembrano comporsi in strofe di un inno in prosa. I ricordi sono abbaglianti. La poetessa ritorna ad un evento lontano nel tempo, apparentemente trascurabile, ad un’età di cui si perde memoria, con una vividezza impressionante che permette al lettore di vedere con gli occhi e di sentire con le orecchie dell’autrice. Il velo bianco della suora, il riflesso sui vetri delle finestre, il mormorio del mare, le mani sollecite, le ciglia eleganti, il canto gentile, i rumori del reparto…
«Tu facevi semplicemente il tuo lavoro: aprire
una porta, chiudere una finestra, buttar via i fiori
appassiti, rassettare i letti, ripulire le lenzuola,
asciugarti le mani tra le pieghe del grembiule.
La cura con cui eseguivi questi umili gesti
conferiva loro una dignità che niente
avrebbe più potuto eguagliare»
La Dattas ci catapulta in una stanza d’ospedale, ma soprattutto con la sua lingua poetica riesce a restituire al lettore l’impressione imponente di un incontro con qualcosa dell’altro mondo, riesce a comunicare come i gesti banali e scontati di quella suora fossero niente e fossero tutto, fossero eterni.
La poetessa ricorda ogni attimo e ogni gesto e come nel tempo abbiano schiuso ai suoi occhi il loro valore. Quello a cui siamo davanti, infatti, non è solo il ricordo diaristico di un episodio dell’infanzia, ma è riconoscimento della portata di un attimo che ha investito tutta la vita dell’autrice. Ogni passaggio ribadisce il riconoscimento, grato, del debito di bontà dovuto a quegli attimi di cura. Fu allora, ma è adesso.
«La brezza giocava nel tessuto fine e trasparente
della tenda, passando da una piega all'altra
con tale abilità che mai mi è riuscito di vederla...
È quella stessa brezza che oggi fa muovere
la grande tenda bianca della mia finestra,
facendo così rivivere il ricordo della tua bontà.
Non sono invecchiata di un sol giorno»
«Senza di te non sarei esistita, avrei attraversato la vita senza vederla e i vivi sarebbero stati solo delle ombre»
Cos’è questa esperienza che cambia la vita? Perché la suora si prendeva cura di lei? Perché lo faceva lietamente? La risposta è ribadita più volte: è l’amore, l’esperienza della bontà (che bella parola caduta ormai in disuso!), unico argine che si può opporre all’esperienza della morte. È in questo suo vigore che si intuisce che questo amore abbia tratti spirituali che lo rendono speranza:
«Chi puoi essere tu, perché io ti preferisca a mio padre e a mia madre, e a tutti quelli che da allora in poi ho amato? […] Ma tu sei la prima ad avermi amato come il cielo»
«Respiravi vicino a me... Niente era cambiato nella mia vita, se non che il cielo ora aveva un volto, che la luce era ormai una persona e che la speranza esisteva»
«Al di sopra della terra verde d’erba, il cielo aveva la dolcezza opaca di una porcellana velata, e, pur non sapendo nulla, avevo il presentimento che vivere significasse avere qualcosa in comune con esso»
Quel velo bianco, quel rosario appoggiato, quelle mani gentili, quel sorriso gioioso, il canto, i passi solleciti… hanno segnato indelebilmente la vita di quella bambina di tre anni, rendendola certa dell’esistenza di un’alternativa al male e alla morte. Che profondità investe la parola “cura” oggi così tanto inflazionata!
«Tu avevi scelto di servire... Non avevi altra volontà
che quella del cielo, ma la tua obbedienza era
così perfetta che tu sola, di fatto, eri libera:
niente ti rendeva straniera l’esistenza,
ed è con passo ugualmente calmo che entravi
o uscivi dalla mia stanza, meno attenta a guarirmi
che a liberarmi dalla notte»
Questo racconto è una testimonianza semplice e meravigliosa di come l’infanzia sia attenta, profondamente disponibile e recettiva verso tutto ciò che è possibile e spirituale. In questi giorni di Pasqua credo che queste parole possano essere un richiamo, ad ogni adulto, a recuperare uno sguardo bisognoso e un atteggiamento di abbandono, grato.
«Il mondo aveva per me la freschezza delle
domande; nessuno l’aveva ancora offuscato
con le risposte. La neve, la castagna d’India e la
pigna erano i nomi dei miei quesiti più vivi. Ma
nessun enigma era pari a quello che mi poneva la
tua bellezza quando arrivavi, coronata di sole
e scortata da leggeri soffi d’aria»