Alice nel Paese delle meraviglie, romanzo scritto nel 1865 da Lewis Carroll, eccentrico diacono anglicano e matematico al Christ Church, college di Oxford, ha segnato indelebilmente l’immaginario e la storia della letteratura ottocentesca e universale. Il romanzo è l’esempio più eclatante di “romanzo crossover”, ovvero di una storia capace di parlare trasversalmente all’età di riferimento: Alice riesce a incantare i lettori bambini con l’eccentricità dei suoi contenuti e dei suoi personaggi, ma ugualmente offre una labirintica profondità simbolica, quasi psicanalitica, che intriga anche gli adulti più colti.  Tuttavia, se da una parte Alice ha tratti “universali”, dall’altro è un romanzo che difficilmente può essere compreso pienamente nella sua complessità e nella sua ricchezza nella lettura tradotta. Questa scoglio non riguarda solo una questione puramente linguistica (moltissimi dei giochi di parole legati al suono della lingua inglese si perdono e risultano onestamente intraducibili in altre lingue), ma anche per una questione culturale, poiché la storpiatura e il ribaltamento di tanti testi che appartengono alla tradizione delle filastrocche dell’infanzia (nursery rime) e ai testi di tradizione orale (modi di dire, proverbi…) non vengono riconosciuti come tale da chi non condivida la cultura di riferimento. L’esperienza che un qualsiasi lettore fa di Alice è dunque un’esperienza totalizzante e nel contempo assolutamente parziale.

Per la discussione sulle traduzioni vi rimando a un breve video che ho fatto sulla questione: la scelta a monte è tra una lettura ininterrotta e “superficiale”, e una lettura approfondita ma inevitabilmente scandita dalle interruzioni per la consultazione delle note. Superata questa premessa necessaria ci si può addentrare in Alice nel paese delle meraviglie.

L’impatto dopo le prime righe è di essere catapultati in un mondo strambo, ricco di non-sense che però, ad un occhio attento, è tutt’altro che un inno all’esibizionismo o alla stramberia, quanto piuttosto la testimonianza che Carroll rese reale un mondo speculare e complementare a quello conosciuto (un mondo doppio!), dove vigono regole ugualmente rigide, ma completamente opposte a quelle della realtà vittoriana conosciuta dai lettori di allora.

Una critica esplicita o implicita - a seconda del livello di percezione - che Carroll decide di far emergere (rivoluzionariamente) attraverso il racconto una bambina. 

Il viaggio di Alice, infatti, se da una parte riprende il mito e le narrazioni dei riti di iniziazione che sanciscono l’abbandono dell’infanzia per accedere all’adultità, dall’altra esso è una denuncia dell’ottusità della società e degli adulti che la guidano. Carroll, che in tutta la sua vita ebbe un’adorazione viscerale per l’infanzia e che ugualmente temeva i cambiamenti che la snaturavano, celebra in questo romanzo l’infanzia e il suo vivere nel qui e ora, libera da ogni convenzione sociale.

Ad una Alice reale, Alice Riddle, è da attribuirsi la nascita di questo romanzo che Carroll ideò per lei, ma che, agli occhi dei lettori, appare come una serie di episodi slegati uniti solo dal procedere di Alice: i capitoli corrispondono spesso a scenette che si uniscono nella creazione di un mondo narrativo coerente, ma che possono anche apparire come un catalogo di tipi umani che Alice incontra e giudica.

Alice viene catapultata in un mondo sotterraneo - simbolicamente e psicanaliticamente (pensate a quanta lungimiranza ebbe Carroll nell’anticipare intuizioni che saranno rese esplicite da Freud!) - dove le creature che vi abitano sono eccentriche, capricciose e imprevedibili e dove i modi di dire e i proverbi diventano reali e le filastrocche si deformano per diventare qualcos’altro. Siamo dentro ad una realtà mutevole e metamorfica, specchio dei cambiamenti che subirà la protagonista.

Da subito, infatti, emerge uno dei tratti fondamentali di questo viaggio: Alice sarà continuamente sottoposta a cambiamenti del proprio corpo, crescerà in modo incontrollato e rimpicciolirà fino a raggiungere le dimensioni più piccole.

Alice beve e mangia e, così, meraforicamente incomincia il suo viaggio, perdendosi in un bicchiere d’acqua. Sarà un ratto salvarla e a condurla a riva e a raccontarle una storia. Ma è solo l’inizio.

Poi dovrà cavarsela per uscire incolume dalla casa del Coniglio Bianco, poi incontrerà il Bruco che la metterà alle strette sul grande tema dell’identità di Alice: 

«“E chi sei tu?”»

Domanda a cui una perfetta Alice adolescente risponderà:

«“Ehm… veramente non saprei, signore, almeno per ora… cioè stamattina quando mi sono alzata lo sapevo, ma da allora credo di essere cambiata diverse volte”»

La propria (nuova) identità si declinerà nella storpiatura di quelle che sono le filastrocche dell’infanzia: Alice non le ricorda, ne storpia le parole, le trasforma in testi nuovi e assurdi con un nuovo senso, dato probabilmente dal suo nuovo stato d’essere.

Gli incontri si susseguono: dalla Duchessa al bambino Porcello, dalla cuoca fissata con il pepe al Gatto del Cheshire e poi il CappellaioMatto, la Lepre Marzolina, la Finta Tartaruga, il Grifone… 

Tutti i personaggi sembrano completamente pazzi e trovano rappresentazione sintetica nella Regina di Cuori che dalla sua prima apparizione all’ultima non farà altro che blaterare - come probabilmente certi adulti - «“tagliatele la testa” “tagliategli la testa”….».

Alice mostrerà un aplombe invidiabile ed è proprio questo atteggiamento che rende la lettura assolutamente fruibile anche a bambini dai 7-8 anni: Alice è ancora una bambina capace di adattarsi alle situazioni più incongrue ed eccentriche. E anche quando l’adulto riconosce il perturbante - poiché alcune figure sono intimamente disturbanti -, riconoscendone i riferimenti reali, il bambino, abituato a riconoscere l’ombra del mondo, probabilmente lo accetterà di buon grado senza coglierne la drammaticità sottesa.

Dopo questo viaggio vorticoso, il primo volume si concluderà con il ritorno di Alice in superficie dopo un ridicolo processo in tribunale. L’avventura di Alice non finisce qui ma continuerà in un secondo romanzo: Alice attraverso lo specchio e quello che vi troverà, scritto da Carroll nel 1871.

La trama linguistica è densissima: sono innumerevoli i giochi di parole, le citazioni, le storpiature… e c’è anche una fittissima trama di riferimenti matematici che è necessario avere in mente i profondi studi in quest’ambito dell’autore (vi consiglio di approfondire la questione nel saggio: Sarah Hart, C’era n volte, Il Saggiatore). Tuttavia questa complessità si innesta su una lingua scorrevole e sorprendentemente semplice e quindi comprensibile ai bambini, la profondità si offre a chi la cerca!

Un classico da scoprire e riscoprire, poiché molto diverso dall’immagine stereotipata che probabilmente molti hanno, mediata dalla interpretazione disneyana.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *