La scrittura di Kate DiCamillo risuona in me come un’eco profonda: trovo questa autrice molto brava, capace di mantenere il timone di una narrazione ben orchestrata, pur concedendosi di aprire tanti misteriosi ambienti nella storia che rimangono come sospesi, ma abitabili. Ha confermato questa affinità anche l’ultimo romanzo, Il baule del capitano, una narrazione breve, scandita da atti che richiamano la sceneggiatura di un’opera teatrale, al centro - non a caso - si trova una compagnia di burattini.

Il romanzo si apre in un contesto stevensoniano che ricorda l’Isola del tesoro, con un vecchio capitano mezzo cieco che scruta il mare dalla finestra di una locanda affollata. 

«I piccioni sul davanzale della stanza di Spelhorst guardavano il vecchio con i loro occhi vitrei sprezzanti. Gli uccelli andavano e venivano avanti e indietro e le loro ali facevano il rumore di un mazzo di carte quando viene mescolato»

Il vecchio stanco e silenzioso, in modo del tutto imperscrutabile, decide di comprare un baule di burattini: è la ragazza del “set” che compone la storia ad attirarlo, con i suoi occhi viola a forma di cuore ella ridesta in lui il ricordo di un amore amato e perduto di cui (ancora) non sappiamo niente.

Come nelle migliori fiabe di Natale, la narrazione del mondo degli umani si alterna a quella dei burattini, che prendono vita nel capitolo successivo, raccontandoci la storia dal loro punto di vista. Sono un re, una ragazza dagli occhi viola, un giovane cacciatore con l’arco e le frecce, una lupa e un gufo.

L’autrice ce li presenta grazie ad un capitolo corale, dove ognuno racconta qualcosa di sé attraverso l’atteggiamento con cui rimane colpito dalla prima visione della luna. 

«“Per favore, fate silenzio” disse la ragazza “sta succedendo qualcosa”» 

La ragazza è brava a vedere.

«“Dille che le ordino di venire da me” disse il re»

Il re crede di poter comandare le creature del mondo.

«“La luna non ha padroni”, disse il gufo, “la luna è re di se stessa”»

Il gufo si conforta delle frasi fatte, per sentire di valere qualcosa.

«La lupa ringhiò: “La dilanierò con i miei denti ben affilati”»

La lupa crede di essere fatta solo per attaccare.

«“Sono felice di vederne almeno un po’” disse il ragazzo.

Il ragazzo sa di dover compiere grandi cose e non vede l’ora di incominciare.

È come se all’inizio di questa storia, ognuno dei protagonisti mettesse in atto dei ruoli decodificati che ognuno sente affidato a sé dal ruolo che il burattinaio ha scelto per loro, conformandoli in un certo modo. Eppure, pur nella bidimensionalità dei personaggi, l’autrice riesce a raccontarci qualcosa di loro attraverso il loro atteggiamento e le loro parole e questo pone un punto di partenza che cambierà e li cambierà: perché questi personaggi inseguiranno i loro sogni e i loro destini, evolveranno in una scoperta di se stessi che sconfesserà questa rigidità iniziale.

Al capitolo tre, il nostro capitano è trovato morto. Non sapremo più niente su di lui, se non in echi di storie che verranno.

Su di lui, la proprietaria dell’appartamento dirà solo:

«“Ma il cuore, il cuore è un mistero” disse al burattino. “È un mistero, sempre”»

La storia è appena incominciata e i colpi di scena e i passaggi di mano in mano arrivano a mettere in moto il destino dei burattini, creando un movimento in avanti, governato dal fato (o dalla provvidenza), come era stato il motore anche de Lo straordinario viaggio di Edward Tulane.

I burattini passano nella casa della sarta, poi nel carretto di un robivecchi e poi arrivano nelle mani di un giovane gentiluomo che li regala a due giovani bambine, che non vedono l’ora di giocarci.

Il viaggio, tuttavia, non è solo uno spostamento, perché ogni personaggio compie un proprio personale viaggio di consapevolezza e crescita. A volte sono scorci che colpiscono puntualmente solo uno dei personaggi: il medesimo attonito stupore della ragazza di fronte alla luna, nasce nel gufo di fronte al baluginìo di un uccello che vola deciso nella notte.

«Quel che il gufo non disse fu che vedere quell’uccello aveva fatto scaturire qualcosa dentro di lui: una gioia e una disperazione che non era in grado di spiegare a parole, le parole non sarebbero bastate»

I protagonisti, dunque, intuiscono di poter volere e di poter desiderare qualcosa di particolare, anche se sanno di avere un destino legato a doppio filo ai compagni della loro scatola.

«“Dobbiamo ricordarci che facciamo tutti parte della stessa storia”»

Il tema della “storia”, in quando narrazione, viene trattato a diversi livelli: le bambine, a cui il baule dei burattini è stato regalato, decideranno di preparare una rappresentazione per la festa di Natale, ma nel mentre della costruzione di questa storia, le storie dei singoli personaggi si dirameranno in un’avventure personali.

Le svolte narrative portano i personaggi a disperdersi e quasi il lettore teme che la forza dei legami della storia che avrebbe dovuto tenerli uniti si dissolva. Ad un certo punto si è di fronte ad una diaspora: il gufo scambiato per un spolverino della polvere e poi per la pelle di uno scoiattolo viene raccolto da una volpe e portato nella sua tana, la lupa perde i suoi denti, la giovane ragazza finisce nella tasca della serva di casa, il giovane coraggioso ragazzo viene raccolto in avvertitamente da un falco che lo immagina una sua preda… il re rimane solo sul camino e farà un viaggio introspettivo che lo costringerà a ripensare al potere che immaginava di avere sugli altri e che risulta così inconsistente.

Attraverso vicende, quasi miracolose, colpi di scena e provvidenziali recuperi, la compagnia dei burattini riesce a ricomporsi e la storia viene messa in scena.

«“Ci stanno ascoltando. Stanno ascoltando noi che gli raccontiamo una storia”. “È un mistero oscuro e terribile”»

La felicità di ritrovarsi insieme potrebbe segnare la fine della storia, ma nei capitoli finali la DiCamillo apre nuove porte, quasi a suggerirci che quei legami che stringono una compagnia di burattini non siano molto diversi da quelli che legano le storie degli esseri umani. In fondo siamo tutti parte di una grande storia, il cui intreccio rimane misterioso.

La scrittura della DiCamillo è una scrittura riflessiva, piena di dettagli, forse filosofica, a tratti, ma mai astratta o teorica. La storia avanza attraverso eventi e avvenimenti verosimili e realistici che diventano occasioni di riflessione e di pensieri e dei personaggi che sono significativi sia quando sono esplicitati che quando sono lasciati alla coscienza del lettore. La storia ha una sua semplicità, nonostante le diramazioni siano presenti in numero discreto, e si ricapitola in una storia coerente. Le illustrazioni di Julie Morstad mi paiono aver colto lo spirito delle parole dell’autrice e anche quello dei personaggi.

Un bel romanzo, silenzioso, gentile eppure avvincente sulla forza delle storie, sulla connessione delle persone e sulla speranza di poter sempre vivere la propria avventura.

«“È così che sono le storie, no? Sono un viaggio verso un qualche luogo, giusto?”»

Il baule del capitano Kate DiCamillo -Julie Morstad - Giacomo Rabbi (traduzione) 160 pagine Anno 2025 Prezzo 16,90€ ISBN 9788809935747 Editore Giunti
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