Avevamo vissuto con Franca la catabasi che l’aveva portata ad abbracciare una nuova fase della vita, accompagnandola fino sulla soglia dell’ingresso nell’adolescenza. Era stata Julìa Sardà a raccontare il suo viaggio nel sottosuolo nel libro La regina della grotta ed è sempre lei a tornare alle tre sorelle di quell’albo con La strega nella torre, per raccontare della sorella secondogenita, Carmela. Il richiamo è identico nella sua impellenza, ma le ragazze sono molto diverse così come è diverso il viaggio che le aspetta: se per Franca era stato un pizzicorino, un richiamo ad andare fuori improvviso e ingiustificabile, una noia che l’aveva sorpresa e sfinita, per Carmela invece è un dolore, una solitudine, un pianto di quelli di cui non sai darti giustificazione, ma che ti prende fino alle viscere.
Che fossero diverse le sorelle, era già stato raccontato e Carmela, fedele al sua personaggio, veste i panni di una strega così come Franca aveva un chioma ribelle e la piccola Tomasina - di cui attendo già l’avventura! - un rosso cappello da Pierrot.
Se con Franca le sorelle si erano dirette sottoterra, Carmela da sola gioca a “cammina finché non ne puoi più”.
«Il gioco finisce quando finiscono le forze. A quel punto, chiami casa per farti venire a prendere. Quel giorno Carmela camminò e camminò per lasciarsi la tristezza alle spalle. Camminò finché non riuscì a fare un altro passo… a quel punto camminò ancora un po’»
Le gambe la portano ad una torre abitata da una strega che mostrerà di conoscerla più intimamente di quanto Carmela conosca se stessa e che la guiderà in un mondo altrettanto misterioso del sottosuolo di Franca. La Sardà è bravissima ad intessere il perturbante in ogni sua immagine: nonostante i testi siano spesso rassicuranti, accoglienti poco più che descrittivi, le immagini moltiplicano i significati, suggeriscono simboli, manifestano bizzarrie inquietanti. Nella bellezza spesso regolare e geometrica che richiama le cornici dei libri antichi, i decori e le miniature, serpeggiano elementi che sembrano muoversi autonomamente, all’allontanarsi dello sguardo del lettore: mostri che reggono specchi fatati, rospi, serpenti e coccodrilli apparentemente mimetizzati e poi mani, ragni, gatti… creature che sembrano uscite direttamente dall’inconscio.
Carmela entra in questo mondo psichedelico, attraversando insieme alla strega le diverse stanze della torre, senza mostrare nessun timore, nessuna paura:
«Carmela non riusciva a spiegarselo, ma si orientava senza problemi in quella cucina. Le sue mani sapevano sempre cosa e dove cercare. Come mai? Poteva forse essere…?»
La pozione magica, preparata insieme alla strega, permette a Carmela di demolire l’argine che la tratteneva e l’immobilizzava: ora è un fiume in piena e il suo viaggio si trasforma in una dimostrazione a se stessa delle mille e più possibilità che la attendono (e tra cui è contemplata anche la tristezza!).
La strega è la guida, lo psicopompo che conduce Carmela al riconoscimento di sé: non a caso, come era stato per Franca, anche questa è uno specchio della protagonista.
«“La saggezza contenuta in queste pagine può rovesciare un regno ed eclissare il sole, o qualunque cosa tu riesca immaginare”. Carmela era sbalordita. Come facevano delle semplici parole a essere tanto potenti? “Questo è il mio rifugio”, disse la strega, e sospirò. “Dove imparo a far pace con quel che non potrò mai capire”»
La visita è un crescendo esplosivo: Carmela mostra di saper volare, correre, danzare coi morti, leggere le stelle, trasformarsi in acqua, richiamare col fuoco la sorellanza delle streghe, sue simili e compagne...
Se con Franca il lettore era giunto alla soglia dell’esplorazione del sé, allontanandosi per lasciare alla protagonista il mistero di quell’incontro, con Carmela assiste alla deflagrazione della scoperta di sé.
Il tema della strega, che lungo la storia e l’immaginario, si è sempre intrecciato alla sorellanza e al femminile ritorna qui in tutta la sua contraddizione. La consapevolezza di essere una strega dona un legame unico con il femminile, ma anche una solitudine e una sensibilità dolorosa che Carmela porta in sé, a differenza di Franca. Isolamento e legame, potere e fragilità.
«“Ora sei una strega”. Carmela rimase sola e felice. Senza bisogno di qualcuno che venisse a prenderla. Ormai poteva camminare e camminare, e camminare ancora e così fece»
Il ritorno a casa è carico della gratitudine e dell’esaltante consapevolezza di aver spalancato la porta di un nuovo tempo: il primo schiudersi è certamente doloroso, ma mostra anche le tante potenzialità del futuro!
La struttura del libro e delle immagini ricalca quelle del primo volume, in una declinazione nuova e originale data dal contesto diverso. La Sardà mostra di conoscere perfettamente la fissità, la bidimensionalità e la bellezza dei libri antichi, dell’architettura e dei decori, ma ugualmente illustra dinamicamente, in modo cinematografico e moderno, tavole con punti di vista eccentrici, ombre in movimento, campi di erba agitati dal vento…
Questa doppia anima che il suo tratto sa armonizzare perfettamente regala ai lettori un altro libro splendido che si muove tra archetipi, psiche e fiaba con una naturalezza capace di ricondurre tutto al “semplice” gioco di una bambina.