Ettie e il lago di mezzanotte è un romanzo di formazione firmato da Julia Green, scrittrice per ragazzi inglese estremamente prolifica, le cui storie però arrivano in Italia centellinate. Un peccato!
Il suo romanzo, edito da Uovonero, è ambientato in un futuro riconoscibile, ma in fondo distopico che paga i postumi di un evento catastrofico che viene descritto nei termini di una “pandemia”. Al centro troviamo una ragazzina, Ettie, che vive isolata con la nonna, in un casolare al bordo del bosco, in una valle montana lontana da ogni forma di civiltà.
La ragazza si affaccia all’adolescenza con tutte le intemperanze, la rabbia e la claustrofobia che porta con sé questa età e che sono certamente amplificate dalla situazione particolare che vive.
La vita di Ettie è scandita dal tran tran naturale dell’avvicendarsi delle stagioni, dall’apertura e dalla chiusura del pollaio, la mattina e la sera, dalla semina delle patate e dalla raccolta delle mele, dalle marmellate e dai bagni nel fiume e da qualche passeggiata solitaria nel bosco. Una vita apparentemente piatta che si intreccia e si illumina, però, grazie al mito e al racconto. L’unica forma di intrattenimento risultano, infatti, le storie che la nonna le racconta, incentrate prevalentemente sui miti greci e sul mito di Persefone, in particolare. Ad un lettore attento non sfuggirà, però, l’intervento della nonna sui finali, che diventano felici a differenza delle tragedie che invece caratterizzano le diverse vicende. La vita quasi idilliaca di Ettie viene smossa un giorno dall’apparire di una ragazza e di una creatura che sembra un daimon e che la precede tra gli alberi. Questa presenza guida misteriosamente Ettie oltre i confini del bosco conosciuto fino a raggiungere una cava abbandonata di ardesia. La descrizione della cava e delle tracce umane di una miniera abbandonata sono ritratte vividamente dall’autrice, sugli scorci reali di luoghi che l’autrice ama e ha frequentato, ma che rimangono misteriosi e inquietanti. I colori metallici, la consistenza liquida quasi densa che ricorda il metallo fuso, l’immobilità della pietra, il silenzio tombale… tutti questi dettagli rendono la cava un luogo alieno, perturbante. Questa strisciante inquietudine crescerà progressivamente a causa della presenza di Cora, una ragazza che solo Ettie sembra incrociare, e anche a causa dei racconti della nonna che parlano di presenze inquietanti, scomparse e morti nelle pozze della miniera.
In questo spazio apparente pacifico si insinua la sensazione di qualcosa di mortifero e perturbante, nella bolla sicura della vita quotidiana si apre una crepa, poiché Cora, che si rifugia accanto alla cava, ha degli atteggiamenti che ammaliano e disturbano Ettie, ma anche i lettori.
Apparentemente libera e volitiva, Cora mostra lati inquietanti nel suo cercare di minare la figura della nonna e nel suo smantellare crudelmente le certezze di Ettie. La sfida al limite si traduce in un invito a tuffarsi nelle pozze, ferme e buie della cava, violando ogni avvertimento ed ogni avviso. Cora mostra, poi, un atteggiamento possessivo e geloso, tipico dei capricciosi dei greci, e mette Ettie nella posizione di dover mentire alla nonna per poter stare con lei. Se il cambiamento radicale della protagonista è fisiologico e tipico dell’adolescenza, non si rivelerà per questo meno doloroso: la nonna dovrà fare i conti con bugie, fughe, sparizioni, piccoli furti richiesti o orchestrati da Cora. La scrittura crea un crescendo di angoscia e di pathos, poiché la figura di Cora è estremamente sfuggente ed è difficile comprenderne l’esatta natura: è uno spirito? È un demone? È una ragazza reale?
L’apice viene raggiunto in una scena ricca di pathos in cui Ettie, trascinata nelle profondità dello stagno tra le cave di ardesia da un’entità che ricorda le malevoli sirene delle tradizioni celtiche, lotterà per tornare a respirare, per tornare alla vita.
«Ogni volta che ti tuffi, vorresti arrivare più in fondo, restare sotto più a lungo, spingerti più lontano nuotando nell’oscurità… Ed è esattamente quello che lui vuole: attirarti dentro e trattenerti per sempre»
Il ricongiungimento con la nonna e la sparizione misteriosa di Cora svelerà tante verità scomode e taciute, ma detterà il passo di una nuova dimensione, con l’infanzia alle spalle.
La Green descrive minuziosamente il rapporto tra Ettie e Cora che si muove tra il tossico e l’esplorazione fisiologica della libertà. Grazie a Cora, Ettie scoprirà il valore e il peso della verità e metterà alle strette la nonna, rivendicando per sé il diritto a conoscere il dolore, la morte, la sua storia e le ragioni dell’abbandono materno.
«“Le storie non sono immutabili, anche se sono scritte. Cambiano ogni volta che qualcuno le racconta”. È piuttosto sensato. Ma allora perché si sente tradita? Come se la nonna le nascondesse qualcosa. Come se le nascondesse la verità.La nonna continua a parlare. “Per l'amor del cielo, il mondo è già abbastanza difficile così! A volte abbiamo bisogno di storie che ci diano semplicemente un po’ di conforto. Dei posti dove fuggire. Un senso di speranza. Non volevo riempire la tua adorabile giovane testolina di paura e di tristezza” “Ma erano già lí” “Cosa era lí?” “Nella mia testa. L’oscurità. La tristezza...” La nonna corruga la fronte. “Non hai mai voluto parlare di niente che fosse problematico, o difficile” dice Ettie. “Non lo fai neanche adesso. Ma quelle cose erano comunque dentro di me. Forse sarebbe stato utile ascoltare l'oscurità e la tristezza nelle storie. Avrebbero dato piú senso a tutto. Quando hai tolto quelle parti, si è perso qualcosa... Sono diventate meno sincere”»
Un’ombra di morte aleggia tra le pagine, insinuata dal contesto e poi amplificata dai miti greci e dalle leggende locali, legate al pozzo di mezzanotte, e racconta simbolicamente dell’abbandono dell’infanzia, come necessaria accettazione di una morte di qualcosa di sé. L’atmosfera che si crea intorno allo stagno ricorda quella sospesa e magica, fuori dal tempo, de Il giardino di mezzanotte di Philippa Pearce, non a caso romanzo amatissimo dalla Green.
Un romanzo ben scritto, immerso nella natura, cupo e inquietante ma speranzoso come l’adolescenza.
«Forse, se non metti l’oscurità, i problemi e le cose difficili nelle parole, se non le pronunci ad alta voce, puoi fingere che non siano reali. Puoi fingere di essere felice e che vada tutto bene. E forse, prima o poi, smette di essere una finta. Forse la nonna ne è veramente convinta. La vita: per sempre felici e contenti. Ma Ettie sa che non è cosí»
P.S. perfette le illustrazioni di Pam Smy.