«La sua visione della vita era che fosse una mischia di rugby e che non saresti mai andato avanti a meno che non andassi forte per la palla. Era il Wall Game di Eton tutto da capo. Non andare forte era il peggior crimine di tutti!» [un amico di Ian Fleming]
Ian Fleming (1908-1964) è l’autore straordinario di uno degli agenti segreti più famosi della storia letteraria e del cinema: sto parlando di James Bond o 007. Pochi sanno però che, oltre ai 12 romanzi e due raccolte di racconti che egli scrisse tra il 1953 e il 1966 (gli ultimi due postumi) e all’impegnativo lavoro che egli condusse anche nella collaborazione con il cinema, esiste anche una storia per bambini scritta e dedicata all’amatissimo figlio Caspar, e scritta dal letto dell’ospedale dove Fleming si trovava, nel 1961, dopo un durissimo attacco di cuore. Chitty chitty bang bang (uscito postumo nel 1964) è probabilmente più conosciuto ai contemporanei nella versione cinematografica che uscì per Disney, ma in realtà il film sceneggiato sapientemente da Roald Dahl (e si vede!) si discosta molto dal romanzo di Fleming, che si definisce per essere sostanzialmente un libro di spionaggio e di azione, esattamente come la felicissima serie di 007, ma adattato a un pubblico bambino.
Il successo di questo autore nasconde alle spalle una storia familiare importante e pesante: un padre morto eroicamente nella Prima guerra mondiale e una madre che opprimerà i propri figli nella santificazione laica del consorte. Siamo probabilmente abituati a pensare a Fleming come un autore di successo, uomo sicuro di sé, alter ego reale del celeberrimo James Bond… invece l’autore inglese dovette penare parecchio prima di trovare il suo posto nel mondo. Lo trovò nel ruolo di spia e di attivo esecutore dell’Intelligence inglese durante la Seconda guerra mondiale e poi nella Guerra fredda. Questa svolta fu per lui l’occasione di una realizzazione nella vita, ma anche la miccia da cui prese vita, poi, la sua folgorante carriera di scrittore che lo consacrò alla fama internazionale.
Chitty chitty bang bang non si allontana molto dai romanzi di James Bond. Nasce infatti come romanzo di genere thriller, che riprende – esattamente come accade nei generi più decodificati come il giallo o il romance – un canovaccio noto e chiaro, dal quale Fleming non si discosta. Il valore di questo romanzo sta, dunque, non tanto nell’originalità della trama, quanto nella capacità di declinare per un mondo infantile, quello che tendenzialmente rimane un genere rivolto agli adulti.
Fleming si ricollega alla grande tradizione di storie d’avventura, ma lo fa inserendo all’interno della trama un personaggio magico, che è il motore letterale delle vicende: un’automobile. Grande appassionato di motori, Fleming aveva una conoscenza approfondita del mondo automobilistico, che è evidente fin dall’introduzione, dove si premura di specificare – nel rivolgersi ai suoi piccoli lettori – che l’automobile protagonista del romanzo non è inventata, ma fa riferimento a una vera macchina: una «Mercedes 75 CV con trasmissione a catena fabbricata prima della guerra del 1914», con un «motore aeronautico Maybach a sei cilindri, nella versione militare utilizzata dai tedeschi per i dirigibili Zeppelin», «costruita nel 1920 dal conte Zborowski nella sua tenuta vicino a Canterbury».
La protagonista a motore arriva all’interno della famiglia Pott dopo il provvidenziale quanto eclettico successo che il capofamiglia, il comandante a riposo Caractacus Pott, ottiene dalla vendita di alcune caramelle che possono essere suonate come dei veri e propri fischietti. Con il ricavato ottenuto dalla vendita di questa invenzione, i Pott decidono di acquistare un’automobile, innamorandosi immediatamente di una macchina, già destinata allo sfasciacarrozze che però, sotto la ruggine, testimonia essere stata un autentico gioiello:
«Avevano tutti lo stesso sguardo, che sembrava dire: “Un tempo questa dev’essere stata la macchina più bella del mondo. Se il motore fosse più o meno a posto, e ci mettessimo a pulirla, verniciarla, aggiustarla e lucidarla, secondo voi riusciremmo a farla tornare com’era? […] Avremmo un autentico gioiello di automobile, da amare e accudire come fosse un membro della famiglia”.»
Amorevolmente rimessa a posto dal comandante Pott, l’automobile diventa a tutti gli effetti un membro della famiglia. Sarà chiamata Chitty chitty bang bang, che non è altro che l’onomatopeico rumore del suo motore, scelto come nome dai due figli Pott: Jeremy e Jemima.
L’automobile mostra da subito una certa autonomia e anche una sorta di coscienza («Ha idee tutte sue»): oltre al volante, ai pedali e ai tasti rimessi a nuovo dal comandante, ci sono leve e bottoni che sembrano apparire magicamente e di cui solo lei conosce l’utilizzo e la finalità. Non solo. Chitty chitty bang bang mostrerà di avere una coscienza, una capacità di “svegliarsi”, riposare, azionare i gadget che fanno parte dei suoi ingranaggi, come un essere vivente… Essa, inoltre, mostrerà capacità superiori a quelle delle altre “automobili”: Chitty chitty bang bang sa infatti volare – evitando così grosse seccature, soprattutto in caso di ingorghi – e anche navigare!
Ciò che si avvia dal restauro di Chitty chitty bang bang è un susseguirsi di avventure che sconfinano nel giallo e nell’azione più pura.
L’automobile accompagna i Pott in vacanza, ma poi si ritroverà coinvolta involontariamente in una storia di contrabbando e di furto, alle prese con una pericolosissima banda di malviventi. La trama prevede boicottaggi, esplosioni, fughe precipitose, inseguimenti mozzafiato, scontri con bande armate.
«Il comandante Pott premette al massimo sull'acceleratore e il tachimetro si assestò sui centosessanta, mentre la grande macchina verde, con il compressore che urlava come un ossesso, divorava letteralmente i chilometri. A ogni svolta e intersezione, il comandante Pott seguiva la direzione indicata dal radar e, con CHITTY-CHITTY-BANG-BANG che andava a rotta di collo, si avvicinavano sempre di più al covo dei gangster, dove, nel frattempo, Jeremy e Jemima erano stati rinchiusi in una stanza spoglia simile a una cella, sul retro del magazzino abbandonato.»
Insomma, il pericolo di morte, citato esplicitamente più e più volte, è il motore che fa avanzare la vicenda a ritmi frenetici e che permetterà alla nostra paladina di sfoggiare gadget di ogni sorta, tirando fuori anche lo spirito pratico e avventuroso di tutta la famiglia Pott.
Dopo un rapimento e un tentativo di furto fallito, il romanzo si conclude con l’augurio e la promessa di essere solo la prima di tante altre avventure (in realtà, la serie dedicata a Chitty chitty bang bang non si amplierà mai).
«“Ancora avventure! Ancora!”»
Il testo mostra la conoscenza di Fleming di ogni mezzo a motore e soddisferà, ma potrei ben dire: esalterà, ogni vero appassionato di mezzi di trasporto:
«Volarono dunque sopra la fila compatta di auto – altitudine cinquecento piedi, velocità di crociera cento miglia orarie, temperatura del motore cinquanta gradi, temperatura esterna ventun gradi, velocità dell'elica tremila giri al minuto, visibilità otto chilometri.»
Oltre a ciò, Fleming sa gestire perfettamente la creazione del pathos e dell’attesa, come è tipico delle narrazioni d’azione, e tiene i suoi lettori sul filo della tensione grazie ad anticipazioni e riferimenti incrociati. I colpi di scena sono assicurati e si inanellano uno dopo l’altro con una certa prevedibilità, che però risulta godibilissima in quanto contestualizzata all’interno di un genere molto decodificato.
È molto interessante riconoscere quanto Fleming stimi le risorse e le capacità dei bambini, cosa non scontata per uno scrittore “da adulti”: Jeremy e Jemina riescono, con un invidiabile aplomb inglese, a cavarsela circondati da malviventi e pistole!
La famiglia è rappresentata come il fulcro accogliente di partenza e ritorno dei personaggi, che, come nelle serie letterarie, non mostrano caratteri di evoluzione; inoltre, questa prevedibilità quasi seriale è molto rassicurante per i bambini più piccoli o per i ragazzi che vogliano cimentarsi in un genere molto definito.
Il magico, rappresentato dalla personificazione automobilistica, è ben pensato e mantiene quel doppio volto di realismo estremo e di sovrannaturalità fiabesca, comprensibile (e amata) agli occhi dei bambini.
Il romanzo probabilmente non raggiunge la vetta simbolica, la profondità e l’imprevedibile che le grandi storie classiche hanno come cifra del loro essere, ma risulta un esempio unico di come anche un genere decodificato possa rappresentare per i giovani lettori un punto di confronto originale.
Una storia che può raggiungere il cuore di tanti lettori, appassionati di motori: una godibilissima storia ironica, dove l’azione è il cuore rombante!
«Non dire mai “no” all'avventura. Dì sempre “sì”, altrimenti condurrai una vita molto noiosa.»