Hervé Tullet è un artista, performer, autore e illustratore francese. Il mondo fa la sua conoscenza nel 1994, quando pubblica il suo primo albo illustrato, ma il vero riconoscimento arriva nel 2010 con la pubblicazione di Un libro, in cui si condensano quelli che Tullet descrive come i pilastri della sua arte:

«punto linea macchia scarabocchio»

Tullet ha firmato, ad oggi, più di 70 albi illustrati e non mancano nella sua produzione anche testi teorici, rivolti agli adulti, in cui ha raccontato con generosità la sua prassi artistica.

Il bambino a colori, tuttavia, rappresenta qualcosa di completamente diverso: è infatti un testo autobiografico al quale Tullet affida il compito di far emergere le ragioni, gli incontri, le idee che lo hanno portato ad essere l’artista che è e a fare arte con i bambini, così come è capace di fare.

Il libro è costituito da sei sezioni (Infanzia scarabocchio, Per i bambini, Disegnare, L’idea, Improvvisazioni, Oltre i muri), ognuna divisa in brevi capitoli ricchi di aneddoti e pensieri. La scrittura è asciutta, quasi telegrafica: sembra un corrispettivo degli appunti che Tullet racconta di annotarsi costantemente, ogni volta che si accorge di intercettare un’idea.

 Ad aprire e chiudere il libro, come una cornice, si trovano un preludio e un epilogo in cui Tullet si rivolge a tutti i bambini che hanno contribuito alla nascita di questo saggio e alla sua nascita come artista: il Tullet bambino, i suoi figli e tutti i bambini che ha incontrato in giro per il mondo.

«Bambino, per tutti i bambini. Quando penso a loro, mi vengono in mente queste parole: SPERANZA FUTURO CRESCERE. A volte, quando le scriviamo, le parole suonano vuote. Sono state logorate sporcate manipolate. Ma quelle parole meritano di meglio ed è per loro che vogliamo creare. Perché i gesti, il dialogo, l’arte le rendano vive»

Gli episodi che si intrecciano in queste pagine sono ricordi autobiografici, anche molto intimi e dolorosi, ed episodi più recenti: gli uni illuminano gli altri in un rispecchiamento che delinea la parabola di un cammino in corso.

Tutto si apre su un bambino “invisibile”, un bambino che si sente non visto, una sensazione che accomunatanti autori e artisti (pensate a come Kenneth Grahame ha descritto questa sensazione…) e che si trasforma in attesa.

«La mia vita di bambino mi fa pensare a una pianura monotona. Provo una noia profonda. Non ho la minima idea di come affrontare il mondo circostante. A posteriori, mi vedo come un bambino che non esiste, un bambino trasparente»

L’emersione dall’invisibilità, come spesso accade, ha il volto di un insegnante, un insegnante d’arte che fa intuire a Tullet che la vista silenziosa che possiede è un dono e può farsi linguaggio, arte. L’occhio e la vista rimarranno, infatti, centrali nella poetica di Tullet sia formalmente (avete in mente quanti occhi appaiono tra le pagine dei suoi albi?), ma soprattutto programmaticamente:

«Ma cosa facciamo per i nostri occhi? Potremmo educarli a guardare le cose che ci sono ma che non vediamo, quelle che guardiamo senza vedere? I pieni, i vuoti, gli interstizi, i confini, le relazioni, le conversazioni, l'ironia, gli incontri inattesi, l’infinita varietà delle forme e dei segni? Potremmo educarli a vedere, così come si impara a leggere? A comprendere diversamente che con le parole tutti i linguaggi che ci circondano? Potremmo educarli a guardare l’invisibile?»

Da questo sguardo intimamente legato all’infanzia - che sa vedere! - nasce tutto. L’arte come espressione di un linguaggio visivo porta con sé la libertà del bambino, che non è preoccupato di “disegnare bene”, di “fare giusto”, di ripetere… l’arte nasce come possibilità di rendere tutto quanto succeda di bello o di brutto in qualcosa di nuovo.

L’affinarsi di questo pensiero si nutre di esperienze con i bambini (e nel saggio ne racconta innumerevoli!), ma anche di tante suggestioni e letture: da Miles Davis che di ogni stecca faceva una melodia indimenticabile, di Jean Dubuffet che richiama all’importanza di mettere al centro dell’arte la rappresentazione del pensiero e non la performance…

Tullet lavora per lasciare andare tutto quanto è superfluo (adulto?) nel gesto dell’artista, per arrivare al fondo deal cuore dell’arte: l’idea!

«Mettere al centro l’idea, non lo stile. Mettere lo stile al servizio dell’idea, non il contrario»

La figura dell’artista è dunque tratteggiata, in queste pagine, come un pescatore che attende che nella marea caotica di “spunti” o pesci qualcosa emerga, si faccia vedere. Non c’è personalismo nell’arte di Tullet, egli ripete di essere lo strumento attraverso cui l’arte prende forma: l’idea non è “sua”. Propria dell’artista è la ricerca, uno sguardo attento che si ispira all’infanzia e che lega agli altri. L’arte è qualcosa che accomuna gli uomini, ne nutre bisogni esistenziali.

«Questo sguardo ci aiuta anche a riflettere prima di adeguarci a cose che ci vengono presentate come ovvie. Ci invita a fare un passo di lato. Infatti, anche se non tutti sono artisti, tutti possono avere quello sguardo capace di modificare la propria visione del mondo e trasformare, per esempio, una semplice macchia sul marciapiede in un paesaggio»

Nelle pagine di questo saggio si percepisce come ogni intuizione, ogni passo di consapevolezza si trasformi in lavoro, in libri, in storie che Tullet scrive, dando spazio alle idee che, di volta in volta, lo raggiungono.

«Perciò, quando progetto un libro non penso solo al bambino, ma penso a quel momento di lettura che sarà condiviso tra il bambino e l'adulto, tra due saperi, due sguardi molto diversi sul mondo. Quello del bambino che scopre (un cartello «Attenzione vacanze») e quello dell'adulto che sa (un cartello stradale «Attenzione lavori»). Ma questi due saperi possiedono la stessa verità (poesia per uno, realismo per l'altro). Il libro può metterli in dialogo tra di loro, condividendoli alla pari»

Il saggio offre dunque uno sguardo più consapevole sul valore degli albi di Tullet, perché offre ai lettori un approfondimento del lavoro che ha portato a quei punti, a quelle linee, a quelle macchie e a quegli scarabocchi. Tutto, alla luce delle parole dell’autore, acquista il suo peso: non è improvvisazione intesa come “casualità” è invece un lavoro teso continuamente a riconquistare qualcosa che appartiene all’infanzia. In fondo creare arte, scrivere una bella storia:

«Racconta che dal caos può nascere la bellezza. E che dal caos si può uscire. […] Racconta che con il loro sguardo e il loro lavoro, gli artisti e gli insegnanti e i bibliotecari possono aiutare a cambiare il mondo: curano, salvano. Un segno, un gesto, una parola, un fiore possono salvare; dare la strada, il desiderio, la fiducia, la speranza, una svolta, a colui che non sa dove si trova»

Un saggio da non perdere.

Il bambino a colori Hervé Tullet - Rossella Savio (traduzione) 192 pagine Anno 2026 Prezzo 17,00€ ISBN 9788842836414 Editore Il saggiatore
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