Scrivere del libro Gli Inadottabili per me è una grande sfida. Il libro infatti ha strabiliato i lettori di mezzo mondo, sono nati spettacoli teatrali e si vocifera che presto diventerà un film, le recensioni entusiaste si sprecano e le grandi testate americane lo hanno battezzato come un nuovo classico. Tuttavia, nel mondo social che frequento, un altro volto e un diverso punto di vista si sono fatti largo, quelli delle famiglie adottive e dei ragazzi adottati che di fronte a questo titolo sono trasecolati.

Andiamo con ordine. 

Gli Inadottabili, romanzo corposo e opera prima di Hana Tooke, colpisce immediatamente l’immaginario dei lettori per una scrittura minuziosa che descrive, affascina ed è capace di creare attesa e mistero. 

«Orfanotrofio del piccolo tulipano, Amsterdam, 1880. Regole per l’abbandono dei neonati. Regola numero 1: Il neonato dev’essere avvolto in un lenzuolino di cotone. Regola numero 2: Il neonato dev’essere sistemato dentro un cesto di vimini. Regola numero 3: il neonato dev’essere lasciato sul gradino più alto. […] in pochi mesi furono lasciati al Piccolo Tulipano ben cinque piccini: e nonostante l’elenco delle regole fosse in bella vista sul portone d’ingresso, nessuno di loro fu abbandonato con un minimo di buon senso. Il primo arrivò in un luminoso mattino di fine agosto […]. Fasciata in una copertina di cotone rosa, e sistemata sul gradino giusto, la piccola aveva gli occhi come due chicchi di cacao e una peluria bionda sulla testa. […] ma la Regola numero 2 era stata infranta in modo così eclatante da far rizzare i capelli sulla testa. La bambina, infatti, era stata infilata in una cassetta degli attrezzi»

La storia presenta dunque 5 straordinari protagonisti (nel senso che hanno qualcosa di straordinario: un dito in più, una coordinazione assente, un mutismo selettivo…), di nome Milou, Dita, Oval, Finny e Sem, e li segue nella loro durissima vita all’orfanotrofio. Ormai grandicelli e sempre scartati alle selezioni per essere adottati, i cinque costituiscono una comunità di amici a sé stante, che si aiuta, si spalleggia e si difende all’interno dell’orfanotrofio. La voce narrante e la guida di questo gruppetto è Milou, una bambina abbandonata in una bara, con una immaginazione vividissima e soprattutto con l’idea fissa che i suoi genitori torneranno a riprenderla, ragion per cui tiene un diario con le diverse teorie che riguardano il suo abbandono. I ragazzi sono davvero straordinari, ingegnosi, solleciti, artisti nati, ottimi cuochi… Milou addirittura ha un sesto senso (le formicolano le orecchie!) che l’avverte di pericoli e guai imminenti.

La vicenda si fa in breve avventurosa, con un aspirante padre adottivo che si rivela più uno schiavista, una balia che è in realtà un bestia feroce, e tra morti apparenti, fughe mozzafiato, incendi e rapimenti i 5 crescono sempre più consci delle loro forze e dei loro talenti. Sulla scia di alcuni indizi segreti lasciati a Milou dai suoi genitori prima dell’abbandono, la piccola compagnia raggiunge un mulino e si appresta ad un vita riparata, sotto l’ala protettiva di un padre immaginario e prontamente reso burattino per ingannare il vicinato. La vita sembra felice, ma la minaccia dell’orfanotrofio e l’aspirante padre adottivo cattivo non sconfitto non permetteranno di dormire sugli allori. La compagnia dei 5 tirerà fuori il meglio di sé per cavarsela in ogni situazione e alla fine Milou scoprirà davvero qualcosa della sua famiglia. E i 5 troveranno una famiglia? Forse l’avevano già trovata!

La scrittura dell’autrice inglese è incalzante e coinvolgente, piena di piccole descrizioni superflue che però regalano il gusto della scena e del contesto. I colpi di scena si susseguono senza tregua. L’immaginario storico, reso reale da dettagli stereotipati ma ben descritti, crea scorci vividi e impressionanti: i mulini, i burattini, i canali, i meccanismi degli orologi…

Realtà e sovrannaturale si intrecciano senza soluzione di continuità e, in effetti, l’autrice, nel parlare dei fili che ha voluto intrecciare nella sua storia, parla del favoloso affiancarsi di scientismo e misticismo che alla fine dell’Ottocento mercanteggiavano i loro confini. Così se le orecchie di Milou sembrano avere poteri paranormali di premonizione di guai, non abbiamo neanche problemi ad ipotizzare che i suoi genitori possano tranquillamente essere cacciatori di licantropi.

Bellissime anche le immagini di Ayesha L. Rubio che senza dubbio hanno contribuito al successo del romanzo.

Una storia che si legge d’un fiato (dai 9 anni!) e che, bisogna darle merito, incolla alle pagine!

Ma.

Il fronte delle critiche - di cui in calce vi riporto le voci più significative - si fa forte di un titolo provocatorio e accusa senza mezzi termini il ritratto dell’adozione che viene offerto dal romanzo.

In effetti, se volessimo valutare con occhi moderni ciò che viene detto dell’adozione, potremmo scandalizzarci: l’adozione come transazione economica, l’adozione come scelta del bambino più carino, l’età e la disabilità come tare che rendono un bambino inadottabile… Elementi che farebbero drizzare i capelli al più pacifico dei genitori adottivi.

Tuttavia, facendo un passo indietro e recuperando la calma, le considerazioni da fare sono un po’ più complesse. Innanzitutto non possiamo pensare di giudicare un romanzo come se fosse un manuale di psicologia: un romanzo è invenzione e intreccio di topoi, è letteratura e non trattato sulla verità. In questo senso il topos del ragazzo adottato e dell’orfanotrofio crudele ricorre frequentissimamente nell’immaginario letterario come specchio di una situazione che possiamo pensare reale prima della storia contemporanea, e che è sempre servita agli scrittori per mostrare la forza d’animo dei protagonisti stretti da circostanze per nulla favorevoli eppure riscattatisi con le proprie forze. 

Da una parte non si può, dunque, negare che prima di un certo periodo, ovvero prima che l’infanzia venisse considerata come un periodo importante e cruciale, l’adozione era in effetti un fenomeno di compravendita di eredi o di braccia per lavorare.

Pensate agli orfani delle fiabe, da Cenerentola a Biancaneve, per passare a Jane Eyre, Oliver Twist, Tom Sawyer e giungere fino ai filii de anima descritti da Michela Murgia, nel suo romanzo Accabadora, che ancora esistevano negli anni Cinquanta in Italia.

Questo non può scandalizzarci. L’adozione oggi è un’altra cosa e chi c’è passato lo sa.

Il topos dei ragazzi che mostrano le loro capacità a dispetto del destino infausto da cui sono nati, poi, è perfettamente rispettato nel romanzo e quindi anche questo aspetto rientra in una figura letteraria utilizzata con coerenza.

Non ci sono critiche da accettare, dunque?

No, non è proprio così. Innanzitutto il termine “inadottabili”, scelto per il titolo, è un termine terribile, che sottolinea una situazione che già di per sé è portatrice di molto dolore. Chi è adottabile è stato abbandonato, immaginate chi è definito inadottabile! Parlare di inadottabilità con leggerezza versa acido su ferite che possono essere fresche e scoperte. L’etichetta è poi affibbiata a cinque bambini che, in modo o in un altro, sono portatori di diverse disabilità o caratteristiche particolari (anche solo l'età!) e questo avvicina in modo molto pericoloso l’immagine di adozione ai giorni nostri. L’adozione nell’Ottocento infatti non riguardava prevalentemente bambini malati, riguardava bambini poveri ma per lo più perfettamente sani, inoltre i ragazzi di una certa età non erano per forza “scartati” a priori - come invece può accadere dolorosamente oggi -, rappresentando invece una “forza lavoro” già formata e produttiva. Questa confusione che sovrappone l’etichetta di “inadottabile” a ragazzi con tratti che li rendono più vicini ai ragazzi di oggi (oggi la maggior parte delle adozioni riguardano “special needs”, ovvero di bambini con qualche disabilità o semplicemente grandi) è invece molto pericolosa, proprio perché confonde due realtà con peculiarità storiche diverse. 

Inoltre uno dei motori narrativi principali della storia è la ricerca del genitore naturale: Milou si aggrappa disperatamente a diverse teorie che possano giustificare ai suoi occhi il terribile evento dell’abbandono. Ancora una volta, credo che la sensibilità moderna abbia preso il sopravvento in un contesto storico completamente differente: alcune dinamiche - anche l’abbandono paradossalmente - erano accettate cento anni fa secondo una prospettiva di vita molto diversa. Raccontare il viaggio esistenziale verso le proprie origini tocca sul vivo molti ragazzi che affrontano oggi il dramma di un passato che non conoscono, invece l’autrice sceglie una soluzione narrativa per cui alla fine si accetta che tutto era casuale e che i segni diversi per ciascun bambino, lasciati all’atto dell’abbandono, non significhino proprio niente. Credo che questo sia un elemento di leggerezza che ha lusingato i lettori all’inizio, ma che in fondo rimane irrisolto. Una soluzione semplicistica un po’ meccanica: è stata abbandonata in una cassetta degli attrezzai? Infatti, una volta cresciuta è bravissimo a costruire le cose. Come se lo stampo del genitore naturale fosse la strada unica e predeterminata all’identità del bambino.

Certo lo status di letteratura dovrebbe ricordarci che nessuno deve sentirsi descritto nella verità della propria storia da un romanzo, ma posso tuttavia comprendere che i ragazzi adottati si sentano ingiustamente chiamati in causa in un immaginario che non dovrebbe riguardarli, ma li riguarda. 

Bastava scegliere un titolo differente (che non avrebbe chiamato in causa direttamente la statuto dell’adozione) e affrontare con più determinazione filologica e cura la ricerca delle origini, senza tagliarla di netto, un po’ a caso.

Un romanzo indubitabilmente ben scritto e coinvolgente, che però affronta l’adozione facendo un bel po’ di confusione.

P.S. alcune voci critiche sul romanzo:

 

Qui invece trovate un interessante intervista all’autrice.

 

Gli inadottabili Hana Tooke - Ayesha L. Rubio - Giulia De Biase (traduttrice) 416 pagine Anno 2020 Prezzo 17,00€ ISBN 9788817146814 Editore Rizzoli
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