Sono settimane che mi dedico allo studio e all’approfondimento di un autore che per me ha rappresentato una grande scoperta: George MacDonald,i religioso, poeta e scrittore dall’occhio profondo e dalle parole intense.
«Vieni attraverso il buio o i cieli annuvolati,
La lenta pioggia fioca e la nebbia,
Attraverso i venti dell'Est pungenti e i torti e le menzogne,
Vieni e rendi forte il mio cuore senza speranza.
Vieni attraverso la malattia e il dolore,
Il tormento acuto che ancora mi agita,
Il buio dolente che nasconde il guadagno
Vieni e ridesta la mia volontà che vacilla.
Vieni attraverso il cianciare di parole stolte,
La Scienza senza alcun Signore dietro,
Attraverso tutti i dolori di accordi dissonanti
Parla saggiamente alla mia mente scossa.
Attraverso tutte le paure — che gli spiriti curvano —
Di ciò che è stato o può accadere,
Scendi e parla con me, poiché tu
Puoi dirmi tutto su di loro.
Vieni, Signore della Vita — ecco il tuo trono,
Cuore di ogni gioia quaggiù, in alto
Un minuto lascia che baci i tuoi piedi
E pronunci i nomi di coloro che amo
Poiché, quando vieni, so bene
Che non eri tutto il tempo lontano;
E forte mi alzo, quando te ne vai,
Per affrontare il buio un altro giorno»
Proprio mentre rileggevo questa sua poesia, impregnata di ardore scozzese e dedicata alla morte che si intreccia, in questi versi, ad una passione intensa per la vita, mi è venuto in mente un albo illustrato di Federica Ortolan e Cecilia ferri: L’attesa.
Di George MacDonald si dice fosse un uomo in continua fiduciosa attesa e proprio questa attesa, declinata nella quotidianità, la ritroviamo personificata nella protagonista anziana di questa storia, che siede quietamente nella sua poltrona di casa.
«Sarebbe successo così: avrebbe bussato la porta e lei le avrebbe aperto. Lo sapeva. Sarebbe andata così. Lo aveva ascoltato nelle storie che non si scrivono, letto nei racconti che si sussurrano, intonato nelle filastrocche della sua casa da bambina. Lo sentiva riecheggiare anche ora. Dentro di sé. E poi lo sanno tutti che succede così. Arriva. Bussa»
Questo incipit porta il lettore dentro l’animo di questa donna e l’età, suggerita sottilmente dall’illustrazione, ci fa pensare che l’ospite atteso sia la morte. Il testo dell’Ortolan è misterioso e “neutro”, perché non dice se questa presa di coscienza di qualcosa che deve accadere sia associata a preoccupazione, a paura o a qualcos’altro. La placidità, la bellezza, la pace che seguono nelle pagine sembrano suggerirci che questa consapevolezza sia tranquilla.
«Nell’attesa ogni mattina si legava il grembiule dietro la schiena. Nell’attesa coltivava fiori gialli per colorare il salotto. Impastava il pane, stendeva le lenzuola alla luce, leggeva pagine già lette, pregava preghiere pregate e ripregate. Nell’attesa spettava»
Il testo che ha qualcosa di poetico nelle ripetizioni che sembrano anafore e nelle associazioni lessicali che non sono mai casuali né per senso né per suono.
Qualcosa però sfugge, come suggerisce il fatto che la protagonista non sia mai ritratta di fronte: il volto è celato da lenzuola, poltrone, finestre…
Non è una sorpresa, dunque, almeno apparentemente, il bussare di una bambina alla porta.
La protagonista, con una disponibilità schietta, dice solo:«“Eccomi”».
Questa parola non può non far pensare ai tanti echi biblici dall’“eccomi”di Samuele a quello della Madonna. Anche questa, come quelle risposte, è ancorata ad una realtà molto quotidiana, leggibile, chiara, come una bambina che ha lanciato la palla nella casa del vicino. Ma l’interlocutore era chi si aspettava?
Gli “eccomi”, si accavallano, perché nuovamente la protagonista apre la porta ad un giovanotto che è venuto per pulire il camino e poi ad una signora che le chiede un ramo di calicantus ed è un altro “eccomi” che spalanca la sala ad una compagnia di saltimbanchi, capitati lì chissà per quale ragione.
Questo irrompere di umanità inaspettate, di gioia, di sorrisi suggerisce alla protagonista una proprietà affascinante dell’attesa: la vita. E allora la protagonista parte, ma per una destinazione diversa da quella che aveva in mente.
«Non lo aveva mai ascoltato nelle storie che si scrivono, né letto nei racconti che si sussurrano o intonato nelle filastrocche di sempre»
Lungi dall’essere una predica sulla necessità teorica di vivere, le parole dell’Ortolan sono un inno al diventare protagonista della propria quotidianità, protagonisti non spettatori.
Gli incontri delle persone che hanno bussato a quella porta possono essere spiriti, come quelli che hanno visitato Scrooge o possono essere occasioni di vita vera, chissà… o meglio: che differenza c’è? È qualcuno che ti viene sempre a cercare, anche quando hai già deciso quel che deve accadere. È qualcuno che ti raggiunge in forme inaspettate, ma esattamente corrispondenti a ciò che è perfetto per colpirti.
Le illustrazioni della Ferri sono luminose e raccontano di una vita che contempla anche il suo finire, ma soprattutto il suo “ora”, pieno di bellezza, pace e occasioni. Le inquadrature e i ritmi giocano con le parole creando un’armonia equilibrata che fa respirare le tavole, ma le “tira” da un’altra parte.
Amo la scrittura dell’Ortolan che sta rivolgersi agli adulti con una parola che risuona consapevole del suo essere significato e suono. Mi piacciono i silenzi e le ripetizioni che sembrano uguali e che non lo sono e che, quando riecheggiano così bene nelle illustrazioni, regalano un’impressione intensa.
«E quando un giorno lontano incontrò anche Lei, l’accolse come si accoglie la vita che bussa la porta»