Spesso, quando si scrive di fiabe, i discorsi e agli atteggiamenti si polarizzano. Da una parte, infatti, sembra che riscrivere una fiaba non solo sia lecito, ma sia facile! Disney ha pescato dal patrimonio orale e autoriale alcune fiabe, trasformandole in capolavori animati e continua a farlo. Le riscritture, le rinarrazioni, le riduzioni delle fiabe, poi, non hanno mai smesso di venire scritte. D’altra parte non si può giustamente non evidenziare il valore della fiaba in se stessa, cercando di tutelarne la voce “originale” che quasi scompare in un moltiplicarsi di scimmiottamenti. È lecito dunque riscrivere una fiaba, o no?
Io credo che il grande discrimine tra una buona e una pessima riscrittura risieda nell’atteggiamento e nella conoscenza che l’autore ha del genere letterario. Perché la fiaba, che affonda con sapienza millenaria le sue radici nelle domande esistenziali, parla una lingua sottile fatti di archetipi e simboli che appaiono bidimensionali, ma che hanno una profondità vertiginosa. Se ci si ferma alla superficie la fiaba può essere piegata e snaturata per diventare il manifesto di tante battaglie.
Non ci sono però solo esempi negativi. Annette Schaap, qualche anno, fa ha mostrato come, con sapienza e rispetto, si possa narrare la modernità delle fiabe nel rispetto degli archetipi. Altro esempio lodevole e intrigante è il lavoro che Fabian Negrin ha sempre fatto sul fiabesco sia a livello illustrativo, accompagnando testi che appartengono a raccolte riconosciute (qui ad esempio il lavoro sulle fiabe dei Grimm), sia reinterpretando personalmente tante tra le fiabe più famose (Bianca come la neve). Così come accade in Cappuccetti rossi un albo illustrato che include al suo interno dodici rinarrazioni della stessa fiaba.
L’autore immagina la storia in contesti diversi (sotto un’acquazzone, ad esempio): la sposta nel tempo con una Cappuccetto Rosso diventata, ormai a sua volta, una nonna; fa proprio un punto di vista particolare, come quello del cacciatore; inverte la direzione del viaggio (dalla nonna alla mamma); sceglie di raccontarla usando solo il discorso diretto e le onomatopee; ribalta la ferocia, associandola al rosso furibondo del cappuccio; gioca con le metamorfosi, raccontandoci di una bambina-lupo e di un principe maledetto… addirittura ci offre una versione di Cappuccetto Rosso senza parole.
Fabian Negrin si sposta sul filo della costruzione narratologica con esiti sempre diversi: gli elementi si scambiano e si spostano, ma preservano il significati della fiaba.
Le declinazioni sono curiose e coinvolgenti, l’autore non tralascia la cura al ritmo, all’andamento tripartito, al valore della parola che lascia risuonare, inserendo giochi di parole e onomatopee…
Alla fine del libro, si ha come l’impressione di aver assistito ad altrettanti racconti della fiaba in diverse performance di diversi narratori, come se ognuno ci avesse raccontato la sua versione della stessa storia.
Inutile dirvi che le 13 illustrazioni che accompagnano queste storie sono stupende varianti dello stesso volto: da incorniciare! Non perdete, infine, l’occasione di godervi i risguardi (iniziali e finali) che, come un abbecedario di figure, giocano con gli ingredienti della storia.
Un vero narratore che testimonia come sia possibile rispettare gli archetipi fiabeschi senza trasformarli in cliché. Un florilegio di storie che ci ricorda che le fiaba sanno parlare di noi, ancora.