«Mi son detto: per fare un libro nuovo e forte bisogna che lo faccia colla facoltà nella quale mi sento superiore agli altri: col cuore. Il soggetto preso nel mio cuore. Il libro intitolato Cuore» 

Cuore è l’opera più nota di Edmondo De Amicis, esce nel 1886, dopo anni di ripensamenti e di attesa, ma con un’idea programmatica molto chiara. Il libro ebbe numerosissime ristampe e traduzioni e accompagnò generazioni e generazioni di italiani nelle scuole italiane fino agli anni ’50 del Novecento, in una ininterrotta storia di letture lunga quasi 100 anni.

«Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d’un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d’una scuola municipale d’Italia. Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta propriamente lui, tal qual è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, a fine d’anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v’aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene»

Cuore non è propriamente un romanzo: è un’opera narrativa che illustra delle scene e narra degli episodi che sono concatenati tra loro da un ordito cronologico e da una struttura a cornici. La cornice più esterna è quella della vicenda di Enrico, che appunta, in un suo ideale diario, gli avvenimenti più importanti che vive a scuola con i suoi amici da ottobre a giugno. Alternate a queste pagine diaristiche si trovano altre storie veicolate in altri due generi narrativi. Il primo è il genere epistolare, che è costituito da lettere (diciassette in tutto) firmate dai familiari di Enrico, la madre, il padre o la sorella, che si rivolgono a Enrico a seguito di episodi di vita o a commento del diario stesso del bambino. Il secondo genere che interviene nella struttura dell’opera è il genere novellistico ed è costituito da nove racconti mensili che, idealmente, il maestro di Enrico legge ad alta voce in classe e che toccano argomenti di varia natura. La parte diaristica contiene in sé la tematica centrale della scuola come luogo di creazione del popolo italiano, nella celebrazione dell’uguaglianza tra classi sociali e tra diverse provenienze regionali. La parte epistolare tratta l’educazione familiare e i valori morali. Infine, i racconti mensili introducono temi cari all’epoca come l’eroismo, l’amore patrio e il sacrificio.

Cuore è dunque un libro dalla scrittura episodica, incentrato soprattutto su scenette edificanti e dialoghi, a scapito dell’azione che, spesso, viene taciuta. L’impressione complessiva è quella di una grande varietà di storie che si muovono, però, entro un recinto di ferreo immobilismo. Capita spesso, per esempio, che nelle lettere il padre o la madre facciano riferimento a episodi in cui Enrico si sarebbe comportato in modo deplorevole, senza che il lettore abbia alcuna conoscenza di quanto accaduto.

«10, giovedì. In presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre! Che questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parole irriverente m’è entra nel cuore come una punta di acciaio»

Inoltre, sebbene al centro del romanzo vi siano le vicende di una decina di bambini, scelti tra i 54 compagni della classe di Enrico, questi non sono però i reali protagonisti del romanzo. Gli amici che Enrico descrive sono la riduzione di un universo sociale onnicomprensivo, dentro cui si trovano. ad esempio. i futuri muratore, aristocratico, dirigente, ciabattino, carbonaio, giornalista. Il fatto che questi bambini non siano personaggi di cui si ha il desiderio di raccontare una storia particolare è testimoniato dalle descrizioni che li riguardano, che sono sempre funzionali. Del nuovo allievo che arriva dalla Calabria non verrà detto il nome per centinaia di pagine, ma verrà sempre appellato come “il calabrese”; il figlio del muratore verrà prevalentemente citato come il “muratorino”, e così via. I personaggi non sono dunque descritti come individualità, ma sono una proiezione di quello che rappresentano. In diverse occasioni, Enrico inviterà i compagni a casa a giocare e i giochi si adatteranno alle peculiarità dell’invitato: con il figlio del bottegaio giocherà a fare i conti e a vendere la merce, col figlio del falegname giocherà a costruire con i mattoncini di legno.

Anche il regionalismo è puramente nominale: la vedetta lombarda e il piccolo infermiere napoletano sono ruoli intercambiabili. L’aggettivo regionale è una semplice etichetta.

Inoltre, c’è una predestinazione dei personaggi che non prevede nessuna evoluzione, nessun riscatto, nessun cambiamento: il celeberrimo Franti è il discolo “da galera” dal primo giorno all’ultimo, senza alcuna possibilità di redenzione o riscatto. I maestri, santificati ma sfruttati, malpagati e spesso ammalati, non possono aspirare a nessun mutamento della loro condizione.

Questo immobilismo veniva allora accettato e apprezzato, poiché era fatto rientrare in una formale santificazione laica che rispondeva al bisogno (adulto) di fissare un modello sociale stabile, dopo anni di instabilità, rivolgimenti e insicurezza.

Questa idealizzazione della stabilità è un’altra chiara testimonianza di come il libro fosse destinato agli adulti, o meglio. fosse concepito come un libro di cui gli adulti potevano e dovevano servirsi per formare i nuovi adulti.

«Per i ragazzi delle classi inferiori, l’avvenire si prospetta come automatica ripetizione del presente. Nella città e nella pedagogia di Cuore tumultuano senza risparmio tutti i sentimenti umani, tranne la speranza. In sua vece vi circola, perbenistico inganno, il risarcimento di una mite, celebrata accettazione della propria sorte di nascita.» Bruno Traversetti

La vera protagonista di Cuore è la scuola e tutto ciò che rappresentava allora per la società, ovvero il motore di creazione di un popolo; alla scuola viene attribuito il ruolo di ambiente di irradiazione della filosofia morale e sociale e luogo di nutrimento sentimentale.

Pagina dopo pagina, mese dopo mese, il lettore segue lo svolgersi di una storia di scuola e di classe che – agli occhi dei contemporanei – si traduce in una documentazione più o meno realistica di quello che fu la scuola dalla fine dell’Ottocento a metà del Novecento.

De Amicis si assume l’onere di raccontare il mondo come dovrebbe apparire, un mondo dove i buoni vincono, i cattivi sono destinati a soccombere e dove la sofferenza è il vero strumento per la realizzazione di ideali che vengono sentiti come necessari. Da qui nasce anche il titolo, poiché il giudizio finale e la caratterizzazione dei personaggi sono misurabili sul loro cuore: 

«“Coretti, il figliuolo del rivenditore di legna, dice ch’egli no darebbe  i suoi francobolli neanche per salvare la vita a sua madre. Mio padre non lo crede. “Aspetta ancora a giudicarlo” m’ha detto; “egli ha quella passione; ma ha cuore”»

La mancanza di un substrato religioso e di respiro spirituale rende, se possibile, queste pagine ancora più asfittiche, poiché la santificazione e l’accettazione dell’altro è proposta come un ideale autoreferenziale e di autoaccettazione, senza nessuna spinta al miglioramento e all’incontro reale: tutto è formale e funzionale (nessuno si preoccuperà mai realmente di Franti e dei suoi problemi!).

Le morti, ad esempio, numerose  e tragich,e vengono descritte in termini pietistici, senza il respiro esistenziale che tanta letteratura per l’infanzia ha giustamente attribuito al sentire bambino.

La narrazione segue il corso dell’anno scolastico, regalando lunghi discorsi sul valore dello studio, sul sacrificio, sul rispetto dell’autorità, sul valore dell’esercito e della patria e sull’impegno nello studio. Se i messaggi non raggiungessero il destinatario attraverso le scene scolastiche, sono poi ribaditi nelle pagine delle lettere familiari, dense di moralismo e ricatti pietistici. Amplificazione ideale sono, infine, le piccole storie avventurose dei bambini delle storie mensili che, in un modo o nell’altro, hanno servito la patria, la famiglia o la scuola con eroismo e sacrificio estremo. C’è la piccola vedetta lombarda che perde la vita per aiutare un contingente dell’esercito italiano braccato dal nemico. C’è il bambino genovese che attraversa da solo l’oceano, alla ricerca della madre ammalatasi gravemente dopo essere emigrata per lavorare in Argentina e risollevare la famiglia da un disastro economico. C’è il bambino romagnolo che in una rapina usa il suo corpo come scudo, morendo al posto della nonna.

Al di là di questa retorica, tuttavia, non si può tacere una spiccata capacità di scrivere di De Amicis, che sa costruire il pathos, sa creare attesa e, nelle descrizioni che si concede, è capace di cogliere lo spirito e il movimento delle persone con vividezza e naturalezza.

Entrando ancora più nello specifico, non possiamo non valorizzare il fatto che De Amicis usasse una lingua che oggi il lettore riconosce come italiano, perché media, ma che allora doveva risultare nuova e rivoluzionaria. De Amicis riesce a scrivere il suo romanzo mediando tra i dialetti, come era stato previsto da Ascoli, in una lingua che non è dialettale ma non è neanche il fiorentino puro sostenuto come modello unico da Manzoni.

Credo che oggi questo romanzo sia difficile da proporre integralmente ai ragazzi, proprio perché la sua destinazione reale – già all’origine – non erano i ragazzi, quanto gli adulti e le figure educanti. Cuore è però un libro che bisognerebbe aver letto almeno una volta nella vita, perché offre l’occasione di comprendere con maggiore lucidità la storia letteraria italiana; è per questo che chiunque si occupi di critica letteraria e voglia comprenderne la peculiarità nostrana non può esimersi dalla sua lettura.

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