Daniele Mencarelli, poeta e autore, vincitore del Premio Strega nel 2020, si cimenta in un romanzo per ragazzi edito da Mondadori poco prima dell’estate: Adelmo che voleva essere settimo.
Il romanzo è apprezzabilmente cauto e l’autore si muove circospetto nei confronti del nuovo pubblico, affidandosi alla falsariga fiabesca.
La cautela è apprezzabile, perché sono innumerevoli le prove di chi, pur primeggiando nella scrittura rivolta agli adulti e forse pensando che scrivere per bambini sia un lavoro di facile conquista, ha dato alle stampe libri e storie non solo lontani dai giovani lettori, ma anche rivelatori di un’idea d’infanzia obsoleta e ammuffita.
La scelta dell’autore è invece intelligente: Mencarelli si affida ai canovacci fiabeschi e costruisce una storia di viaggio, crescita e ricongiungimento, con al centro il settimo fratello di una povera famiglia.
Il riferimento alla fiaba è reso trasparente dalla cornice narrativa che apre e chiude il romanzo e richiama le tipiche situazioni medievali, in cui il canterino, al centro della piazza gremita, si appresta a raccontare una storia.
«“Signore e signori... bambine e bambini... questa è la storia di un giovane coraggioso, che per amore di sua madre andò fino in cima al mondo, e sconfisse persino il fiume il cui nome nessuno osa nemmeno pro-nunciare. Proprio lui. Il Branoro”. Un lungo “Ohhhhhh” uscì dalla bocca di grandi e piccoli. […] “Adelmo nacque una mattina…”».
Quella che incomincia è la storia di Adelmo, settimo figlio di una povera coppia della Pianura Piccola. Il protagonista, che nel desiderio e nella consapevolezza della madre deve essere l’ultimo figlio, riceve un nome che lo distingue dai suoi fratelli (Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto): viene infatti chiamato Adelmo.
Il canovaccio è semplice e riprende molte fiabe della tradizione occidentale. I fratelli, in seguito alla morte del padre e a una carestia improvvisa, partono per il mondo in cerca di fortuna, mentre Adelmo, amante degli animali, sensibile e integerrimo, rimane a casa con la vecchia madre.
La frattura che il nome aveva creato fin dalla nascita tra Adelmo e i suoi fratelli sembra insanabile, finché la madre, sentendosi prossima alla morte, chiede al figlio di partire alla ricerca dei suoi fratelli, così da poterli salutare un’ultima volta. Inizia così il viaggio che, da ricerca dei fratelli, diventa percorso di formazione per Adelmo, il quale, attraverso diverse prove, riuscirà non solo a ritrovarli, ma anche a conquistare la loro stima, abbandonando la giovinezza e diventando uomo.
Ogni tappa del romanzo vede infatti Adelmo rintracciare uno dei suoi fratelli, rigorosamente in ordine decrescente – da Sesto a Primo – e sostenere delle prove di astuzia, di forza, di coraggio e di dedizione che mostrano al fratello l’amore che egli prova per loro, ma anche il suo temperamento, assolutamente stimabile.
Schiavitù, guerre, ubriaconi, epidemie, fiumi governati da spiriti… Adelmo utilizzerà il suo coraggio, la sua sintonia unica con gli animali – che sembra suggerire che abbia il potere di parlare con loro – e il suo buon cuore per superare ogni cosa.
Naturalmente – come le fiabe ci hanno insegnato – questo lancio schietto di Adelmo permette ai fratelli di riavvicinarsi, di tornare ad essere effettivamente i fratelli che non erano mai stati, supportandosi in questa avventura che ha bisogno del contributo di tutti.
Il rientro a casa è assicurato, così come il finale riconciliante che ribadisce il valore fondante della famiglia e della fratellanza come tassello e motore della propria identità.
La costruzione del mondo narrativo è essenziale e coerente, fin quando l’autore rimane fedele al fiabesco: le descrizioni dello spazio sono generiche, l’intervento del magico è accettabile, anche se, apparendo solo sul finale del romanzo, arriva come un fulmine a ciel sereno. L’autore, però, deroga alla caratterizzazione fiabesca dei personaggi, regalandosi degli approfondimenti psicologici che non appartengono al genere, ed elimina la componente fondamentale del perturbante: è un romanzo pieno di buone persone, i cattivi non esistono. Il male si incarna in eventi come la guerra, la carestia, la malattia, che imperversano sugli uomini, quasi totalmente caratterizzati da una bontà genuina o da un repentino riscatto. L’unica eccezione è rappresentata dai briganti che derubano Adelmo e suo fratello, passaggio narrativo che, tra l’altro, risulta posticcio nell’armonia del testo: l’episodio si apre e si chiude in una decina di righe, ma permette una chiosa moraleggiante sulla questione.
«Adelmo non voleva ammetterlo neanche a se stesso, ma quell'aggressione lo aveva sconvolto: era la prima volta che si scontrava così frontalmente con la cattiveria e l'avidità degli uomini, pronti anche a uccidere per poche monete e niente più»
L’autore sembra cedere, infatti, a una certa condiscendenza nei confronti dei lettori bambini, nella scelta di inserire alcuni commenti alle vicende, che la fiaba mantiene sempre impliciti:
«capita tra i bambini, con gli animali, meno spesso tra gli adulti. Basta un’occhiata e il gioco è fatto»
«era soddisfatto di se stesso e si sentiva grande: succedeva sempre così quando riusciva a sconfiggere la paura»
«“E tu, Adelmo stai facendo qualcosa di enorme, che richiede tanto coraggio e non posso fare a meno di dirtelo”»
Allontanandosi dalla fiaba, ad esempio nei passaggi in cui entra in ballo il legame emotivo, il dettato narrativo rischia di banalizzarsi. Come quando, per riscattare uno dei fratelli, reso schiavo, Adelmo decide di scrivere una poesia dedicata all’amore materno, che naturalmente fa scoppiare in pianto l’antagonista, ma che, all’interno della storia, risulta non solo inverosimile, ma anche banalizzante, tenendo conto che la filastrocca sulla madre non ha nulla di originale o di profondo.
Lo stesso accade quando l’autore usa l’antonomasia per definire gli eventi che accadono (tipico della fiaba), ma poi scende nel dettaglio storico di alcuni episodi che risultano incoerenti. Ad esempio, si parla dell’avvento de «La terribile carestia» in un mondo caratterizzato come medievaleggiante, ma poi il lettore è catapultato nelle trincee, che fanno riferimento a un immaginario di secoli e secoli successivo.
Un altro sottotesto evidente nel romanzo è la scrittura evangelica che emerge in episodi precisi, come quello del Figliol Prodigo.
Il romanzo continua cautamente nella sua parabola fino a poche pagine dalla fine, dove il fantastico appare, squarciando la quotidianità entro cui si era mossa la storia fino ad allora, mostrandoci un Adelmo che, rischiando di annegare, viene a contatto con una divinità pagana del fiume, la quale lo sottopone a un indovinello che decreterà la sua morte o la sua salvezza.
Dopo quest’ultimo passaggio, la storia si chiude felicemente e prevedibilmente.
Il romanzo di Mencarelli è, quindi, una lettura semplice, che testimonia come l’autore sia un bravo scrittore, che tuttavia deve ancora prendere le misure per poter osare di più nel rivolgersi all’infanzia. Probabilmente i dettagli minuziosi evidenziati dalle mie riflessioni sfuggiranno a un giovane lettore, ma ci permettono di formulare un giudizio completo su uno scrittore che ha dimostrato di essere una penna di vaglia.