Ne Il bambino della promessa Cristina Bellemo scrive un’opera in versi che ripercorre la storia della salvezza dalla Creazione fino alla Risurrezione; lo fa accostando le sue parole a opere pittoriche tratte da maestri quali Giotto, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona. I loro cicli pittorici, realizzati a Padova tra il 1302 e il 1397, sono stati recentemente dichiarati patrimonio mondiale dell’UNESCO, e l’editore padovano ha voluto celebrarli così.
«il Dio
che tutto era
senza dovere
e tutto sapeva
senza cercare
e tutto vedeva
senza guardare
stese lentamente la mano
strinse pollice e indice e creò sul velo
una piega piccola
era un'interruzione
del sempre e del tutto
era qui e adesso
[…]
Fu attraverso un bambino
che il Dio Parola
-colui che pronunciandolo fece il mondo-
ebbe voce e pianto
e suono e tono
ebbe occhi e labbra e braccia
e schiena e petto e faccia
e pancia e sudore e fiato
e ginocchia e piedi e dita e carne e vita»
La Bellemo sceglie alcuni episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento e li rinarra, forte non solo di una conoscenza generale dei testi, ma di una frequentazione profonda della parola biblica, che talvolta è citata, più spesso parafrasata e sempre assunta come punto di partenza per un dialogo personale, intimo e, a tratti, commosso.
La scelta della parola poetica è particolarmente appropriata per narrare questa storia, poiché la poesia – che nasce dalla capacità vertiginosa della parola di aprire spazi inattesi – è affine a quel “Verbo” che, incarnandosi, vide compiersi una promessa impensabile. Il verso libero amplifica questa sensazione vertiginosa: la singola parola, spesso isolata nel bianco della pagina, guida verso significati “altri”; le assonanze e, talvolta, le rime legano parole apparentemente distanti, creando nuovi pensieri e amplificando i reciproci significati. La “parola”, in quanto tale, tornerà poi frequentemente nella narrazione della vita di Gesù, come nell’episodio dell’Epifania:
«per ognuno ognuna
veniva imbandita
questa parola lieve e alata
di piume e di pace
a potenti sapienti nullatenenti
semplici savi supplici
estranei stranieri pastori
nottambuli contemplatori del cielo
viaggiatori curiosi e chiusi in casa
a chi non si abitua
a chi dopo il sonno sta
a vegliare
agli ostinati coltivatori di speranza
a chi sa ai dissennati ai re
e -mentre lo scrivo mi commuovo -
veniva anche per me e così lontano da qui
con la luminosità
che si sparge
in ogni dove in ogni città
la stella cocciuta
raggiunse anche tre re
saggi poco abituati
ai viaggi e ciò nonostante
si misero in cammino»
Oltre alla parola, un altro filo rosso scelto dall’autrice per raccontare questa storia – che intreccia le vicende di tanti uomini e donne in una teleologia provvidenziale – è quello che viene fissato eloquentemente dal titolo: il bambino. La storia della salvezza, negli episodi scelti dall’autrice, sottolinea infatti come l’atto impensabile e sorprendente di un Dio che si fa bambino sia preceduto da tante altre promesse di bambini, insperati e poi nati: da Isacco, figlio di Abramo e Sara, a Giovanni, figlio di Zaccaria ed Elisabetta.
«Chi è questo Dio
che per nascere promette i bambini?»
Dopo gli episodi veterotestamentari e gli accadimenti della Natività, la storia non si ferma e continua con il battesimo di Gesù; prosegue poi con le tentazioni nel deserto e con l’inizio della vita pubblica attraverso l’episodio delle nozze di Cana.
Il racconto della vita di Gesù testimonia il rapporto di amicizia stretta con Pietro, i discepoli, le donne… Lo sguardo diventa protagonista di poesie che documentano l’agire di Gesù, che guarisce gli occhi ai ciechi, ma che apre gli occhi anche a chi pensa di vedere già: Gesù dona, a chi lo incontra, uno sguardo nuovo su malati, bambini, uomini, donne, fragilità, male, ferite…
Poi, lentamente, la storia scivola verso la Pasqua: l’ingresso a Gerusalemme, la risurrezione di Lazzaro, la lavanda dei piedi, la crocifissione… e la poesia si sposta sui piedi: è forse il momento di seguire!
«Prendersi cura dei piedi
per accogliere luoghi passi orme direzione
ospitare la storia delle persone
in ciò che è stata è
sarà e per come è camminata
arrivata fino a qua
salvare la strada e che
i piedi siano pronti a ripartire
e avere davvero
fiducia del sentiero»
La chiusura della storia è sul sepolcro vuoto di Giusto de’ Menabuoi, con una piega che rompe nuovamente una superficie che sembrava perfetta e che invece doveva cambiare tutta.
Ai versi vibranti della Bellemo si accosta una scelta iconografica attenta, che alterna quadri ampi a dettagli minuti capaci di colpire il lettore. Tanti sguardi, tante mani, tanti gesti… ma anche semplicemente il blu, il famoso blu di Giotto, posto accanto ai versi della risurrezione di Lazzaro.
In un mare di proposte editoriali religiose spesso inadeguate e brutte, questo libro spicca per bellezza (la tradizione artistica religiosa dei secoli passati è insuperabile) ed eleganza – un testo che dialoga intimamente con la storia sacra, senza egotismi.
Una bella proposta religiosa per tante occasioni (Natale, Epifania, Pasqua…), da offrire ai bambini dai 6 anni.