Chiudete gli occhi. Riuscite ad immaginare un treno lanciato ad alta velocità, in una notte in cui nevica fittamente, in un paesaggio innevato e boschivo? Le immagini prendono vita, nei vostri occhi, vero?!

Non stupisce che l’autore di una storia di questo tipo sia Chris Van Allsburg, uno degli illustratori americani più affini al linguaggio cinematografico (ricordate Jumanji?), e non stupisce che da questa storia sia nato un film di animazione che, nel 2004, ricevette ben tre nomination agli Oscar.

Il libro in questione è Polar express, uno tra i classici americani sul Natale più amati, Caldecott medal (il più prestigioso premio americano!) nel 1986, entrato da allora nell’immaginario universale di Babbo Natale.

L’autore si gioca personalmente nel presentare questa storia, lo fa prima che la storia incominci, in quella che potrebbe sembrare una lunga lettera di dedica del suo libro al bambino lettore:

«Da bambini non si cresce gradualmente, un giorno alla volta. Ogni tanto capita di spiccare un balzo in avanti. Se perdiamo di vista la mamma al supermercato e, tenendo a freno la paura, la ritroviamo senza l'aiuto di nessuno, di colpo ci sentiamo cresciuti di un anno. È la stessa sensazione che si prova uscendo in bicicletta da soli per la prima volta. Se avventure di questo tipo solitamente mi esaltavano, c'è stato un salto che ha suscitato in me emozioni molto meno gradevoli. All'età di otto anni, iniziai a pensare che forse Babbo Natale non esisteva per davvero. Il solo fatto di ammettere un simile sospetto mi fece sentire cresciuto di colpo, e di colpo molto triste. Smettere di credere in Babbo Natale significava porre fine all'incanto tipico dei giorni che precedono il Natale. L'attesa squisita e a tratti intollerabile di una fiaba che si avvera - una fiaba di cui io stesso facevo parte - sarebbe andata perduta per sempre. Non era crescere, quello, era perdere qualcosa. Mi sembrava di essere stato cacciato dal paese dei miracoli e di sentire i cancelli richiudersi alle mie spalle. Volevo tornare là. Per fortuna, quel Natale il Polar Express si fermò davanti a casa mia e mi fece fare un viaggio che mi riportò indietro. Sul treno c'è un posto a sedere anche per te. In carrozza!»

A partire da queste parole malinconiche, la storia incomincia. Il racconto è intimo e la prima persona narrante pretende un grado di veridicità molto alto, come a dire: è una storia davvero accaduta, perché è accaduta a me!

«La notte di Natale di tanti anni fa, ero a letto, in silenzio. Non un fruscio di lenzuola. Respiravo piano, con cautela, le orecchie tese nella speranza di captare un suono, un suono che secondo un mio amico non avrei mai sentito: le campanelle della slitta di Babbo Natale. “Babbo Natale non esiste” insisteva il mio amico, ma io sapevo che si sbagliava. A notte fonda udii finalmente qualcosa, ma non erano campanelle»

Un treno magico si è fermato proprio di fronte alla casa del protagonista, nel profondo della notte, sotto una fitta nevicata. È il Polar Express, che guida i bambini in un viaggio unico che si compie una volta sola nella vita, chissà quando,  - forse quando se ne ha più bisogno! - verso il Polo Nord, dove abita Babbo Natale con i suoi elfi e le sue renne. 

Tutto - a partire dal formato orizzontale del libro e dalla visione frontale a tre quarti della locomotiva in movimento - documenta una progettazione minuziosa, capace di mettere in moto le illustrazioni e di trasportare il lettore in un altro mondo. Van Allsburg gioca con i tagli della pagina e crea un costante senso di movimento e di strabordìo che permette al lettore di immergersi in questo universo che esce dalla pagina e lo avvolge. Guardate i volti tagliati dei bambini in carrozza: escono dalla pagina per raggiungervi lì dove state leggendo il libro! Le immagini sono stupefacenti ed è incredibile pensare che non vi sia alcun contributo digitale! Il testo, corposo,  accompagna le immagini in una fascia laterale, come a ribadire di essere su un piano differente dalle illustrazioni: in fin dei conti quello a cui assistiamo è un resoconto di un ricordo recuperato a posteriori.

Le immagini che seguono la partenza sembrano frame di un film: dall’interno vintage del treno con grandi sedute in legno e velluto rosso, ai cuochi che servono bollenti cioccolate e bambini entusiasti che in pigiama si agitano per la carrozza. Le inquadrature cambiano continuamente punto di vista: mostrano il treno che scorre velocemente tra boschi innevati e silenziosi, si allontano per far cogliere l’imponenza delle montagne su cui si inerpica, si abbassano per suggerire la complessità architettonica della città di Babbo Natale.

All’occhio è richiesta una ricerca che lo rende attivo nell’illustrazione e contemporaneamente crea il movimento.

L’arrivo al Polo Nord nella città di Babbo Natale è - avevate dubbi? -qualcosa di magico! La neve, i tetti, le finestre dei palazzi illuminati, le luminarie dappertutto e poi, con un’inquadratura dall’alto, il lettore scorge le strade festanti e brulicanti di elfi rosso vestiti. La luce scolpisce tridimensionalmente gli spazi e i personaggi che appaiono come attori in carne ed ossa sul palcoscenico della pagina.

L’euforia è alle stelle, i bambini non stanno più nella pelle e il protagonista viene addirittura scelto tra tutti, per ricevere, da Babbo Natale in persona, un regalo a sua scelta. Il protagonista chiede una campanella della slitta di Natale, una scelta oculata che diventa la prova tangibile di un viaggio compiuto davvero, segno di una magia reale. L’entusiasmo però dura poco e la tavola illustrata del ritorno è tra le più belle. In una disposizione che mi ha fatto pensare ai quadri di De La Tour, vediamo il protagonista abbandonato sul sedile del treno, sgomento e inconsolabile: un buco nella tasca della vestaglia lo ha tradito, facendogli perdere il tintinnante regalo. I volti dei bambini concentrati e partecipi, le loro mani e la luce calda dell’interno, in contrasto con il buio e la velocità dei fiocchi che scorrono fuori dal finestrino… ci portano al cuore intimo dell’accaduto, ma anche al fulcro della tavola. 

La magia si gioca nella possibilità di trovare nella realtà ciò in cui si crede. Tutto è perduto? Destinato a rimanere un ricordo? Il viaggio finisce e la mattina di Natale sorge.

«Sarah [sua sorella ndr.] trovò dietro l'albero un’ultima scatolina con scritto sopra il mio nome. Dentro c'era la campanella d'argento! Con un biglietto. “L’ho trovata sul sedile della slitta. Aggiusta quel buco nella tasca”. Firmato “Signor B.N.”. Quando agitai la campanella, emise il suono più meraviglioso che io e mia sorella avessimo mai udito. Mia madre, invece, disse: “Oh, che peccato”. “Già” aggiunse mio padre, “è rotta.” Quando avevo agitato la campanella, i miei genitori non avevano sentito nulla»

La magia è tutta qui: nella capacità di sentire ancora e di vedere ancora nei dettagli piccoli e insulsi della realtà che ci circonda una voce, un suono, una melodia che gli altri hanno smesso di ascoltare.

«C’è stato un tempo in cui la maggior parte dei miei amici riusciva a sentire la campanella, ma col passare degli anni è diventata silenziosa per tutti loro. Anche Sarah, un Natale, ha scoperto di non poter più sentire quel dolce suono. Io, invece, anche oggi che sono cresciuto, riesco ancora a sentirla, e come me tutti coloro che credono davvero»

Polar Express Chris Van Allsburg - Valentina Vignoli (traduzione) 40 pagine Anno 2024 Prezzo 19,00€ ISBN 9788857613635 Editore Logos
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