Quella di oggi non è propriamente una recensione di un libro ambientato in vacanza o a tema estivo (è ambientato in un pomeriggio di novembre!), ma l’immaginario dei pomeriggi colmi di noia e calma, che trovano nuovo slancio nel gioco in scatola, appartiene molto alla mia esperienza di vacanza e quindi, in questi giorni di fine agosto, non posso fare a meno di raccontarvi di Jumanji di Chris Van Allsburg.

Quest’albo illustrato – che valse all’autore uno dei riconoscimenti più autorevoli degli Stati Uniti – è un esempio raro ma riuscitissimo di come un albo illustrato possa trasformarsi in un lungometraggio.

Allsburg nasce come scultore; sarà un’intuizione della moglie ad aprirgli la strada dell’illustrazione: ella vide alcuni suoi schizzi e lo convinse a inviarli a un editore. Il resto è storia.

Il suo primo albo, Il giardino di Abdul Gazasi (1980), sarà nominato a diversi premi; Jumanji (1981), premiato con una Caldecott Medal, farà conoscere Van Allsburg al mondo e, pochi anni dopo (1985), Polar Express lo consacrerà – con un’altra Caldecott Medal – nell’empireo dell’illustrazione per l’infanzia.

Dieci anni dopo, nel 1995, il racconto dell’avventura di due ragazzi alle prese con uno strano gioco di società approda al cinema.

Jumanji racconta di Judy e Peter, lasciati a casa da soli dai genitori diretti all’Opera. La noia e il grigiore del pomeriggio li spingono a sfidare il freddo di novembre per andare a giocare al parco, dove, sotto un albero, trovano inaspettatamente «una scatola piatta e lunga» abbandonata.

«Jumanji avventure nella giungla […] Gratuito. Svago per molti ma non per tutti. P.S.: leggere attentamente le istruzioni»

Messa sottobraccio la scatola, i due fratelli corrono a casa per cominciare a giocare.

«A. Il giocatore sceglie la pedina e la posiziona in mezzo alla giungla. B. Il giocatore lancia i dadi e muove la pedina lungo il percorso che si snoda attraverso i pericoli della giungla. C. Il primo che arriva a Jumanji e grida il nome della città vince. “Tutto qui?“ chiese Peter, deluso. “No” disse Judy, “c’è un'altra cosa, ed è scritta in maiuscolo: D. MOLTO IMPORTANTE: UNA VOLTA INIZIATA, UNA PARTITA A JUMANJI NON PUÒ TERMINARE FINCHÉ UN GIOCATORE NON RAGGIUNGE LA CITTÀ DORATA”»

Non appena il gioco comincia, lo straordinario irrompe in soggiorno:

«“Leone all’attacco, torna indietro di due caselle” lesse Judy. “Accipicchia, è elettrizzante” disse Peter senza il minimo entusiasmo. […] Accucciato sul pianoforte c’era un leone, che lo fissava leccandosi i baffi»

Quel sottile confine, che nel gioco i bambini attraversano per raggiungere il mondo dell’immaginato, mostra in questa storia la possibilità del movimento opposto: il gioco si travasa irruente nella realtà!

Il leone, le scimmie, i monsoni, la guida che si smarrisce, i rinoceronti, il pitone, il vulcano, la zanzara della malattia del sonno…

I bambini si trovano coinvolti in un’avventura dinamica, in cui rischiano la vita e che — almeno apparentemente — ha un impatto notevole anche nello spazio in cui abitano:

«Una mandria di rinoceronti irruppe in soggiorno e poi in sala da pranzo, fracassando tutti i mobili che trovava sul suo cammino»

Sarà un tiro di dadi fortuito, quando ormai tutto sembra perduto, a portare Judy all’ultima casella e a decretare la fine del gioco:

«“JUMANJI” gridò con quanto fiato aveva in gola»

Judy e Peter ora devono solo sbarazzarsi del gioco! Naturalmente, quando i genitori rientrano in casa, nessuna traccia è rimasta dell’avventura: tutto è calmo e ordinato, eppure dalla finestra…

«C’erano due ragazzi che correvano nel parco […] Danny teneva sotto il braccio una scatola piatta e lunga»

Sono sicuramente due le ragioni per cui Jumanji è stato facilmente adattato a lungometraggio. 

Propriamente non ci troviamo di fronte a un albo illustrato, ma a un libro illustrato. Il testo è, infatti, corposo e ogni pagina è accompagnata da una narrazione articolata: si alternano una pagina fittamente scritta (a sinistra) e un’ampia illustrazione sulla destra. Nonostante ci si trovi davanti a un libro di 32 pagine, il testo contenuto al suo interno è più ampio e certamente lo assimila più a un racconto che alla narrazione sintetica e distillata dell’albo illustrato. Questo offre materiale sufficiente agli sceneggiatori per immaginare un ampliamento narrativo-filmico.

Secondariamente, le illustrazioni di Van Allsburg colpiscono indubitabilmente per la vocazione cinematografica. Incorniciate da un bordo bianco, le illustrazioni sembrano animate. I punti di vista sono spesso inusuali e creano degli effetti visivi che amplificano le dimensioni del disegno o sottolineano il movimento: vista dal basso, la poltrona a righe verticali della sala sembra gigantesca; visti dall’alto, i bambini sembrano perdersi nella stanza dei giochi; la prospettiva che si accosta alle scimmie sul tavolo della cucina sfonda la superficie dimensionale della pagina e sottolinea il senso di stupore di Judy che spalanca la porta e la bocca.

Il gioco dei volumi e delle dimensioni è amplificato dal rapporto con il confine dell’illustrazione: molto spesso, i riquadri faticano a contenere l’esuberanza dei soggetti. Il leone, che appare all’improvviso sopra il pianoforte, è “tagliato” appena sopra la bocca spalancata nel ruggito, e i lettori non possono non coglierne la pericolosità. I rinoceronti occupano la totalità della tavola, causando la caduta, fuori dai “bordi”, di pendole, sedie, telefoni… Impossibile non sentire il fragore del galoppo.

Le inquadrature, poi, non sono mai frontali (i protagonisti non sono mai davanti al lettore!); i piani si sovrappongono (guardate la tavola della fuga da casa, in cui contiamo: il tavolo in primo piano, la ringhiera della scala, la porta, Peter che corre, i rami dell’albero in giardino e l’abete del parco!) e tutto questo, unito alle ombreggiature finissime in bianco e nero, crea una tridimensionalità cinematografica.

Aggiungo, a latere, che la costruzione narrativa delle immagini suggerisce sommessamente che il gioco sia immaginato e non reale, e lo fa con maestria: la livrea del pitone richiama la tappezzeria della poltrona, il leone seduto come potrebbe essere un soprammobile…

Insomma, il film era già fatto!

Jumanji rimane un esempio di un libro perfettamente dosato, dove il testo si materializza in un’illustrazione capace di trascinare al suo interno il lettore.

Quasi senza volerlo, Van Allsburg ha segnato la storia dell’illustrazione americana (pensate alle interpretazioni di Wiesner!) e ci ha regalato una storia perfetta sulla forza del gioco infantile che, oggi come allora, non smette di affascinare i lettori.

Jumanji Chris Van Allsburg 32 pagine Anno 2013 Prezzo 16,00€ ISBN 9788857605722 Editore Logos
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