Leggere un romanzo di Antonia Murgo è come assaporare un cucchiaio di miele: un gusto intenso sfaccettato che può essere apprezzato se gustato lentamente, gustando le note floreali o fruttate. Questa è l’immagine che mi sembra più fedele all’esperienza di lettura di Ande Lande. È impossibile, infatti, leggere questo romanzo velocemente, saltando i passaggi, sorvolando su descrizioni o semplicemente accelerando… il rischio è di fare un’indigestione e di non comprendere il valore generale dell’opera.
In un mondo che propone (e si accontenta) di una lettura veloce che favorisce l’emozione superficiale, la parola retorica, svilendo di fatto il valore della scrittura, Antonia Murgo è qualcosa di diverso. Più volte, nella lettura ho dovuto tornare indietro, rileggere, risoffermarmi su parole a cui non avevo dato la giusta importanza e che invece nella fitta intreccio avevano un peso significativo.
Quello che costruisce Antonia Murgo nel suo ultimo romanzo è un mondo fantastico (fantasy) delineato finemente e coerentemente nel suo funzionamento e nei suoi personaggi.
Siamo immediatamente catapultati all’interno di Ande Lande un regno, a forma di un uccello, al cui interno si trovano diverse città abitate da persone con poteri e talenti diversi: gli incantatori, i divinatori e i maghi della terra.
In particolare, siamo condotti a Pitpit, città di Cincha, dove tutto è acconciato costruito e progettato a forma di casetta di uccelli (eccentrico, ma suggestivo!) e dove le persone si vestono, intrecciando ai tessuti le piume di uccello, secondo un linguaggio delle piume ben decodificato.
A Pitpit ci sono naturalmente anche molti uccelli, con caratteristiche, doni e poteri inusuali, che arricchiscono questo mondo particolare e unico.
La voce narrante, nonché protagonista si chiama Chel, un nome semplice che potrebbe non voler dire niente, ma che in una società strutturata secondo caste, dove più nomi corrispondono a maggior prestigio, ha un peso importante.
«Il mio nome è Chel ed è l'unico che ho. Nessun problema, direte voi, uno basta e avanza. Ma ad Ande Lande, dove vivo io, non sono i genitori a scegliere i nomi dei bambini, questo è compito degli astri. A volte gli astri esagerano e gliene danno tanti, tantissimi, una sfilza di nomi lunghi e impronunciabili, impossibili da ricordare, nemmeno se vi procuraste il bestseller andelandiano 15 trucchi per ricordare il nome completo dei vostri famigliari. E chi ha più nomi, ha il favore degli astri e dunque più talenti, ricchezze, fama, fortuna. Mentre quelli come me che ne hanno uno solo... ecco, a dire il vero non ne esistono altri come me. Io sono l’unica in tutto il Paese ad avere un nome soltanto. Ora finalmente so il perché»
Ad Ande Lande, infatti, esistono degli esseri sovrannaturali (gli Astri) con poteri con poteri particolari e incaricati dell’equilibrio del mondo e dei suoi abitanti; sono gli Astri che, alla nascita di ogni bambino, decidono il nome o la sfilza di nomi fino a 31 da affidargli. Nessun bambino aveva mai avuto un solo nome, ma questo è il destino della nostra protagonista.
Un solo nome corrisponde, nel pensiero della società andelandiana, a una mancanza di merito e questo si trasforma in una serie di restrizioni: si possono avere infatti palline di gelato tante quante il proprio nome, si possono chiedere i libri in prestito in biblioteca tanti quanti il proprio nome, la porta della biblioteca si apre in proporzione alla lunghezza del proprio nome, quando si deve scegliere qualcosa, si è sempre gli ultimi a farlo…
Insomma, Chel si trova ad affrontare un mondo che sembra ricordarle continuamente il proprio non valore, così quando un giorno scopre di avere dei poteri, quasi non ci crede neanche lei! Dal momento che nessuno sembra disposto ad insegnare qualcosa a una ragazza con un solo nome, Chel si arrovella per imparare a dominare il suo potere da sola: come i maghi della Terra riesce a trasformare i fiori in qualcosa di diverso, trasfigurandoli in strumenti e protezioni. Ma si può crescere e imparare senza un maestro? E poi chi sono questi Astri e con quale potere determinano il destino dei bambini semplicemente, affidando loro un nome o molti di più?
La storia si fa subito dettagliata e i destini di diversi personaggi si tessono in una trama fitta e affascinante: ci viene mostrata l’amorevole famiglia adottiva di Chel (che fine hanno fatto i suoi genitori?), imbeccatori simpatici, misteriosi ragazzi, affascinanti combattenti, Astri imprigionati, inquietanti ladre capaci di far sparire interi quartieri, sarte che sanno sciogliere ogni nodo, pirati di piume, divinatrici che piangono candide lacrime e incantatrici stonatissime…
Il destino apparentemente indipendente di ognuno si intreccia in un’avventura mozzafiato e Chel si ritroverà a dover intraprendere un epico viaggio alla scoperta della più grande malvivente di Cincha, cercando di salvare la sua famiglia, risalendo fino all’origine della sua storia.
Il viaggio diventa complesso, vasto, tanti gli incontri fatti con altrettante creature, tra questi un vero e proprio Astro, un personaggio che la Murgo costruisce perfettamente e che fa della sua impertinenza un tratto affascinante e irresistibile, un mago ragazzino con 30 nomi Cam Ram (impossibile non ripensare a Corvin) e poteri strabilianti, ma anche tanti personaggi apparentemente perdenti, come lei.
Insomma, preparatevi a un’avventura fantasy mozzafiato tra divinatrici con poteri “contrari”, uccelli dalle forme più varie, combattenti armati di mughetti… tutto si ricomporrà dentro una grande profezia, grazie ad una epica battaglia che svelerà un sottesa e infida trama di male, tessuta da insospettabili figure.
La Murgo riesce a costruire un mondo originale che certo trae vita da tante altre storie (c’è molto Giappone, Sud America, Pullmann, storie dei dominatori degli elementi…), che però non vengono semplicemente replicate, ma si trasformano in qualcosa si sorprendente e nuovo. Popolazioni, personaggi, usi, costumi, vesti, mezzi di trasporto, luoghi e spazi… la Murgo è un pozzo di inventiva e di parole precise e vivide.
Siamo propriamente dentro un romanzo di formazione, dove ln concetto di casa, famiglia, amicizia, amore vanno definendosi parallelamente alla scoperta della propria identità, ma questa storia dà peso alla grande avventura che tutto questo significa.
«“Voglio che tu sia il mio maestro,” ripetei con convinzione. Sentivo il peso della Preghiera dell’Apprendista nella tasca della mantella. “Hai detto che mi serve una guida. Come puoi guidarmi, se rimani indietro?” Lui si sciolse in un sorriso comprensivo. “Chel, guidarti non vuol dire mostrarti la strada.” Sfiorò con un dito la tasca in cui teneva la scombussola. “Vuol dire mostrarti tutte le strade possibili contemporaneamente. Devi essere tu a scegliere quale seguire. Sono certo che farai la scelta giusta”»
La scrittura crea una trama di attesa e di climax, grazie ad un sapiente uso del detto/non detto: dettagli offerti non a caso che nello sviluppo narrativo diventano significanti e cruciali e svelano progressivamente un intricato mistero. L’intreccio è complesso, la scrittura ricompone e si sposta nel tempo, combinando destini e incontri. I lettori sono in balia delle scorribande, delle fughe e delle rincorse, ma anche di una sottile e luminosa storia di amore e di amicizia: è difficile riuscire a immaginare cosa succederà e questa rimane una grande qualità del testo.
Alla fine il quadro si ricompone coerente, lasciandoci il grande desiderio di un seguito!