Si intitola Grillo l’ultimo libro di Annet Schaap, autrice e illustratrice olandese che dopo il suo esordio, Lucilla, non ha smesso di stupirmi con i suoi romanzi che pescano profondamente all’interno della fiaba.
L’apertura è spiazzante, così come la era stata quella di Lucilla: i lettori si trovano catapultati in un mondo al cui centro sembra esserci una ragazza cenciosa, Eliza, che sta entrando in una bettola a farsi tatuare cinque nomi sulla coscia.
Poco dopo, accanto a lei appare un bambino balbuziente e con un unico braccio (scopriremo che effettivamente è lui Grillo!), i due sono in fuga da qualcosa e verso qualcosa, ma sopra di loro aleggia minacciosa l’ombra di una maledizione potente.
In realtà, a farci bene attenzione, l’esergo aveva dato un esplicito suggerimento, con una citazione della fiaba di Andersen, I cigni selvatici, che fa da canovaccio a questo romanzo.
Come potete immaginare, fin da subito il lettore è risucchiato in un vortice di eventi che si susseguono in modo drammatico, senza sconti.
Il lettore onnisciente si siede accanto ad un preciso personaggio ed esplicita pensieri, paure ed emozioni che animano di volta in volta i protagonisti dei brevi capitoli. Su tutti spicca però Eliza una ragazzina tenace, evidentemente caricata di una responsabilità che va ben oltre i suoi anni. Nulla viene risparmiato della sua fatica: la frustrazione della responsabilità di un bambino piccolo, la rabbia, il dolore, un mare grigio da attraversare e il drammatico dover fronteggiare quotidianamente la fame, la sete, il freddo e non avere mezzi per poterci fare niente…
Il continuo cambio di punto di vista amplifica il coinvolgimento del lettore che vede l’angoscia e il dolore dei personaggi che a volte sono lontani, che sono consapevoli delle loro contraddizioni, che si attendono ma non si vedono…le voci della mente di ciascuno si confondono creando un brulichio di voci, come un gracchiare costante.
Scopriremo piano piano attraverso prolessi, dosate e precise, cosa c’è dietro a questa fuga precipitosa. La Schaap è maestra nel dosare e nel creare attesa e il passato si rivela poco a poco, in scorci che si collegano ad esperienze che stanno vivendo o a pensieri su cui il protagonista sta tornando. Il narrativo si rimbocca poco a poco ad ogni inizio capitolo, poiché nel passaggio dai pensieri all’uno all’altro si sposta lievemente sul filo della fabula, ampliando centimetro per centimetro l’universo narrativo.
«Via da quella casa piena di funerali, via da quella casa dove nulla era più come avrebbe dovuto essere. In cerca dei suoi fratelli, ovunque fossero. Se necessario con una barca. Se necessario attraversando il mare»
Elisa e Grillo sono dunque in fuga e alla ricerca di cinque fratelli che sembrano ormai trovarsi in un luogo lontano e misteriosio, le Bianche Scogliere, dove nessuna barca vuole dirigersi. Nonostante rocamblosche vicessitudini, i due ragazzini sembrano riuscire ad imbarcarsi nell’unica nave diretta proprio lì, guidata dall’inquietante e probabilmente pazzo capitano Berg. Quando la vicenda sembra avviata, interviene un personaggio che spariglia le carte in tavola e che devia risolutamente la traiettoria che i due bambini avevano faticosamente impostato: una zitella di mezza età, la maestrina del piccolo paese portuale, la signorina Amalia, una donna perfettamente caratterizzata che parla piamente nella sua mente con Gesù che le risponde moralisticamente ma anche con molta ironia. La donna, inciampata quasi casualmente in questi due bambini sporchi, affamati ed evidentemente soli, decide che la priorità è riaccompagnarli a casa loro seguendo un ottuso ed egoriferito sceriffo che guiderà questa missione di “restituzione”. Peccato che casa sia proprio il luogo da cui questi due bambini stanno faticosamente e affannosamente cercando di fuggire. La ragione che si svela pian piano e che grava come maledizione sui due bambini è un’ala: Grillo non ha un braccio, ma un’ala, traccia maledetta di qualcosa che è avvenuto a metà e che invece ha trasformato interamente i fratelli scomparsi in uccelli, in cigni per l’esattezza. Morti era stato detto, trasformati per una maledizione sarà scoperto.
Di uccelli, in effetti, questo romanzo è pienissimo, non solo come presenze inquietanti e ricorrenti, ma anche come rumori, similitudini, modi di dire… la Schaap costruisce un doppio filo narrativo impregnato del mondo semantico ornitologico.
Il pathos e la drammaticità si addensano come stormi inquietanti e seguono l’apparire del personaggio di Colombina: un’affollarsi che richiama, in falsariga, il racconto asfissiante di Daphne Du Maurier, Gli uccelli.
La Schaap è imprevedibile e per questo assolutamente affascinante nel suo scrivere: nella trama appaiono svolte radicali che riportano i personaggi nell’orrore, da cui credevano di essere scampati… in fondo, come sa la fiaba, il punto è avere davanti agli occhi il male, per poterlo sconfiggere.
La paura e il dramma, come era successo già in Lucilla, appaiono particolarmente dolorosi e ingiusti, perché i protagonisti, bambini, purtroppo non hanno potere per opporsi all’ottusità degli adulti.
Eliza e Grillo sono costretti a ritornare alla casa paterna, dove ad aspettarli c’è una vera e propria strega, bellissima, costantemente preoccupata del suo aspetto, vampiresca, ammorbante e perfidamente rabbiosa.
Il personaggio di Colombina è raccontato e costruito perfettamente, fiabescamente coerente, ma sottilmente contemporaneo e tridimensionale. La Schaap ci racconta della sua infanzia abusata, della sua miseria, del suo desiderio di riscatto, ma non tace neppure come questo desiderio di rivalsa si sia trasformato in una strategia distruttiva, dove la magia è parte di questa rivendicazione. Colombina trasforma in uccelli tutti coloro che si frappongono tra lei e il suo desiderio di arricchirsi. La sua azione si tinge della rivendicazione femminile in una società come quella descritta - che è collocabile intorno all’Ottocento quando i grandi magnati delle ferrovie americane, come il ricchissimo padre di Eliza e dei suoi fratelli, facevano fortune -, che alle donne concedeva di raccogliere ortiche, di fare la calza di tenere chiusa la bocca.
Questa triade (ortiche, calza, bocca chiusa) sarà la chiave dello scioglimento della maledizione e ad intuirlo sarà proprio Eliza, quando sarà costretta a confrontarsi con Colombina.
Colombina utilizzerà sempre un parola accarezzante e subdola, affascinante ma traditrice: una parola manipolatrice. Eliza coglierà tutto questo e proprio grazie all’insospettabile e scialba maestrina Amalia riuscirà insieme a Grillo a scappare dal covo della magia nera per lottare per i suoi fratelli perduti.
Eliza cambierà moltissimo, ma non le sarà risparmiato niente, perché ogni consapevolezza sarà conquistata brano a brano, ogni dolore dovrà essere attraversato, dalla perdita della madre all’apparente morte traumatica dei suoi fratelli, fino alla consapevolezza dell’immaturità del proprio padre. Eppure Eliza non smetterà di lottare.
Scappata insieme ad Amalia e a Grillo, finalmente riprenderà il mare, grazie al vecchio Berg e, dopo un’avventura degna delle maggiori traversate piratesche, tra burrasche, isole d’appoggio, sirene ammalianti e traditrici, arriverà alle Bianche Scogliere. Lì nuovamente tutto apparirà perduto, perché Eliza, abbandonatasi alla amara consapevolezza di una condizione come quella maschile che le offre pochi esempi virtuosi, sarà tentata di soccombere. Sarà il momento del riscatto dei fratelli.
Il romanzo si conclude inaspettatamente, poiché non c’è la punizione del cattivo: Colombina resterà sola, replicando nuovamente un ciclo abbandonico e anaffettivo che l’ha resa quella che è. Le rimarranno tutti i soldi, ma nient’altro. Eliza, i suoi fratelli ed anche suo padre invece, scopriranno che c’è qualcosa che vale di più e che merita di essere guardato ad occhi spalancati.
L’uso simbolico e reale della lingua si intreccia in una scrittura densa di descrizioni, similitudini e immagini che la Schaap desta continuamente per caratterizzare fino in fondo figure che non sono mai piatte o bidimensionali, ma che, anche se secondarie, vengono cesellate minuziosamente nel loro essere
«Lo Sceriffo non l'ha notato. Ma questo non la stupi-sce: quelluomo non nota mai niente a meno che non l'abbia pensato lui stesso. Simile a una talpa cieca in un cunicolo buio segue solo i propri pensieri, sempre. Come sia riuscito a ottenere quel posto per la maestra rimane un mistero»
C’è moltissima fiaba in questa storia, credo si possa dire che la Schaap ha un occhio fiabesco sulla realtà, perché tutti i personaggi sembrano perfettamente costruiti nel tempo in cui lei li immagina, perfettamente coerenti nel loro agire e nel loro muoversi in un romanzo, ma ugualmente fiabeschi: una contemporaneità che ribadisce l’attualità della fiaba. In fondo è una dote quella di saper vedere. Non a caso ad un certo punto Eliza penserà sgomenta e stranita.
«Nessuno guarda, nessuno ascolta»
Nessuno si accorge di quello che succede!
Il tema del visibile e del vedere è centrale ed si personifica esemplarmente in Grillo. Grillo, che pur dà il titolo al romanzo, rimane invisibile fino a quando Eliza, per distruggere la maledizione, si obbliga ad un mutismo che appare incomprensibile a tutti, anche a Grillo, ma che accetterà: sarà allora il suo turno per aprire bocca e diventare visibile.
Non so che aggiungere (la lunghezza di questa recensione dovrebbe già rendervi evidente quanto mi sia piaciuta questa storia!), per comunicarvi quanto sia magnifico questo romanzo, drammatico e coinvolgente. La forza dell’infanzia, delle donne, dei fratelli è qualcosa di davvero travolgente.