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7 aprile 2017

Perché chi ha paura delle avventure può restarsene a casa

Qual è la differenza tra la paura dei bambini e quella degli adulti? Me lo chiedevo in questi giorni e la prima risposta che mi è venuta in mente è stata: la paura dei bambini è irrazionale. Ma non è vero. La paura è emozione che determina uno stato di irrazionalità, ma ciò che la genera è molto più razionale nei bambini che negli adulti. I bambini hanno paura delle streghe del buio, dei ladri e dei mostri, esseri che – per chi vive nel mondo dell’infanzia – sono reali e tangibili. Gli adulti invece hanno paure che nascono da pensieri astratti, proiezioni mentali: a me succede. Una di quelle sere in cui il sonno tardava a venire ho preso tra le mani Ti ricordi ancora di Zoran Drvenkar e Jutta Bauer e ho pianto, ho pianto caldissime lacrime  e così poi ho dormito – piangere concilia il sonno.

Non te lo aspetti ma quello di Zoran Dvrenkar, prolifico autore tedesco, è un testo lunghissimo: 8, 10, 12 righe per doppia pagina. Ti ricordi ancora è un libro pieno di parole, da leggere ed ascoltare attentamente: «Ti ricordi quando siamo partiti e la strada sembrava non voler finire mai? Le colline ci venivano incontro una dopo l’altra e abbiamo pensato di esserci persi. Allora abbiamo cercato un bastone e un uccello ci si è posato sopra e così abbiamo capito che era il bastone giusto. Poi […]. E non avevamo paura di nulla, anche se dietro ogni angolo ci aspettava un’avventura. Perché chi ha paura delle avventure può restarsene a casa».

Sulle doppie pagine che accolgono il testo, gli acquerelli di Jutta Bauer accennano ad un paesaggio, davanti a tutti una copia di bambini intraprendenti: lei ha un orsacchiotto sotto braccio e trascina con veemenza il suo riccio e biondo compagno. Voltando pagina il modulo narrativo si replica: «Ti ricordi quando lo gnomo è arrivato in bicicletta e aveva in testa un cappello ricoperto di tappi di sughero? E i tappi brillavano e luccicavano come un cielo stellato che si fosse calato giù con una lunga corda per accomodarsi sul suo cappello. E lo gnomo […]. E noi […]. E noi vedevamo tutto all’incontrario ed è stata la più lunga verticale che sia mai stata fatta». Dalla seconda coppia di tavole un elemento modifica la struttura illustrativa: sotto il testo, schizzate in bianco e nero, due figure di anziani, che di volta in volta parlano, si guardano, camminano, scherzano, dormono… a destra invece una tavola colorata segue descrittivamente la narrazione. Intuiamo che i fili narrativi sono due: il tempo della narrazione e il tempo dell’avventura. La giornata dei due bambini scorre tra gnomi, capre che giocano a carte, gang di cani, alberi portieri («Ti ricordi quando le nuvole si sono messe a confabulare e di colpo si è fatto buio e ha cominciato a piovere? Allora abbiamo cercato riparo e abbiamo visto un albero che aveva allargato le braccia come un portiere in attesa del pallone»), pioggia al sapore di limonata, arcobaleni che si nascondono nell’erba, volpi incidentate, branchi di mucche volanti, corvi impertinenti… Ogni episodio viene raccontato in prima persona con una ricchezza di particolari che rende ogni scena vivida e vera: la tavola colorata è impregnata di realismo e magia in un sincretismo armonico. Quando presenti, i piccoli schizzi in bianco e nero richiamano come in uno specchio l’episodio narrato, come se i ricordi che, letti uno dopo l’altro, descrivono lo scorrere di una sola incredibile giornata, venissero a galla in tanti diversi momenti lunghi una vita. Su sfondi quasi invisibili (tenui acquerelli e bianco) i gesti delle mani e gli sguardi comunicano i sentimenti e la complicità che lega i due protagonisti.

«Ti ricordi quando poi è comparsa la luna ed è iniziato il crepuscolo? Allora ci è venuta un po’ la pelle d’oca, perché tutto intorno a noi frusciava e scricchiolava e le lucciole fluttuavano nell’aria ed erano simili a occhi di fantasmi che non riescono a dormire. Ti ricordi? […] Ci siamo anche immaginati quanto il nostro cammino sarebbe diventato buio ad ogni passo. Allora abbiamo spalancato gli occhi, per farci entrare tanta luce di stelle. E così abbiamo incominciato a camminare e il cammino non era più buio, dato che ora avevamo occhi di stelle…».

Io ho pianto, ho pianto un sacco pensando al bene che voglio a mio marito e alle avventure meravigliose e buie e paurose ed esilaranti e inaspettate e dolorose e faticose e stupide che abbiamo vissuto insieme e che vivremo ancora per il tempo che Dio ci darà.

E quando i due piccoli protagonisti sfiniti sono tornati a casa e stretti stretti si sono accoccolati sotto le coperte: «Ti ricordi quando siamo tornati a casa e abbiamo ballato un po’, perché eravamo così felici?». Ecco io ho ripianto ancora.

Perché in fondo se quello di cui un bambino ha bisogno sono un paio di «occhi gentili e una lucina vicino al letto», un adulto ha bisogno della stessa cosa: di qualcuno che lo guardi con quegli occhi e che gli faccia compagnia per tutta la vita.

«E non avevamo paura di nulla, anche se dietro ogni angolo ci aspettava un’avventura. Perché chi ha paura delle avventure può restarsene a casa».

Un testo potente e ricco, dove nulla è superfluo (a parte un paio di virgole mal messe!) e che Jutta Bauer sostiene con la sua “solita” maestria, seria e intensa. Godetevi ogni parola e regalate questo libro al vostro amore. Cosa fate ancora a casa? È uscito ieri, fiondatevi in libreria!

Ti ricordi ancora
Zoran Drvenkar – Jutta Bauer – Anna Patrucco Becchi (traduttrice)

48 pagine
Anno: 2017

Prezzo: 15,00 €
ISBN: 9788861891067

Terredimezzo editore
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