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24 aprile 2019

Prova a essere felice

L’adolescenza è un periodo ricco di drammi, lo dico con rispettosa verità. Per questo mi disturbano i semplicistici lieto fine che spesso molti narratori adulti attaccano alle storie complicatissime, dolorosissime e teneramente scenose dei giovani adolescenti.

Le storie di adolescenti narrate dagli adulti navigano nel mare della drammaticità per poi spesso chiudersi o con un lieto fine che ripristina una situazione ritenuta equilibrata oppure nel mezzo della marea del dolore, senza alcuna speranza o sguardo sul futuro.

È come se l’adulto non fosse più capace di stare accanto al disagio, alla ribellione e alla fatica dei giovani: non ci sono parole capaci di accompagnarli e allora si preferisce crogiolarsi nel lamento o nella retorica adolescenziale o addirittura rinunciare a parlare. Silvia Vecchini e Sualzo, invece, mostrano un atteggiamento interessante, rispettoso, speranzoso e finalmente adulto.

21 giorni alla fine del mondo ha tutti gli ingredienti tradizionali del dramma adolescenziale: un’amicizia infranta, una madre morta, un padre che se ne è andato, una vita di periferia, il desiderio di innamorarsi, la paura di non essere accettati…

La ricerca e la costruzione della propria identità, che rappresentano il cuore pulsante dei giovani adolescenti, sono il centro e il cuore della narrazione. I due protagonisti, Lisa e Ale, si trovano costretti a fare i conti con una storia personale reale e quindi fatta anche di tante brutture e dolori.

Il fumetto racconta l’intera vicenda attraverso le parole e i pensieri di Lisa che nelle didascalie trova spazio per i suoi pensieri. È estate, mancano 21 giorni a Ferragosto e nelle quiete giornate oziose nel campeggio dove lavora sua madre, compare Ale, un amico scomparso da anni: l’Amico di Lisa.

I misteri e i non detti si incrociano nei dialoghi: il punto di vista non è onnisciente, appunto, ma è focalizzato su Lisa. Viviamo i suoi drammi, i suoi pensieri, la sua paura, la sua vita. C’è il karate, punto di riferimento e vera disciplina, che accompagna Lisa e dà senso e rigore alle sue giornate, ma poi c’è tutto il resto: l’amica quasi sorda ai margini delle compagnie, i pomeriggi silenziosi (e quanto silenzio in questo fumetto!) di lavoro al bar del campeggio, il frinire delle cicale e il vecchio un po’ pazzo che aspetta la fine del mondo, il terrore dei cani e le patatine che diventano il pranzo spiluccato sul divano in penombra. E poi ci sono gli imprevisti: Ale ripiombato in quella casa disabitata, il capriolo nella pineta, i ricordi che riaffiorano, il progetto della zattera. 

I ragazzi si scoprono forti («so badare a me stessa») e poi debolissimi e poi di nuovo forti e deboli insieme. L’euforia e l’allegria si mescolano in un grigio grumoso misto al terrore, alla rabbia, alla paura, alla frustrazione e al silenzio. La narrazione focalizzata non mette mai il cappello esplicativo agli eventi, non li giudica, non li rilegge, non li indirizza in modo compiacente e superiore: siamo in balia delle maree esistenziali della nostra protagonista, attraverso una scorrevole e ben orchestrata narrazione. Lisa però non è personaggio inerme, il karate glielo ha insegnato, per cui la sua mossa è sempre positiva: Lisa cerca, domanda, parte, osserva, chiede di nuovo, riflette, cerca di capire. Le tre settimane estive sono dense di eventi grandi e piccoli che aiutano i ragazzi a crescere, perché svelano loro tante verità del cuore e della vita che forse l’infanzia non poteva capire. Lisa e Ale crescono, perché desiderano farlo. Scopriranno che l’amicizia è una risorsa se è fondata sulla verità e non sull’apparenza («a volte le cose non dette esplodono come fuochi d’artificio») e che imparare a convivere con le proprie paure si può fare meglio insieme, perché l’altro è una risorsa, scopriranno che anche gli adulti possono essere compagni, perché condividono le medesime fatiche, e che il perdono – di se stessi e degli altri – è un esercizio necessario per crescere.

I due autori sono capaci di affrontare e proporre temi duri, tosti, affrontandoli di petto e dando loro voce senza paura («così avevo capito che oltre la morte c’era anche questa cosa crudele che poteva capitare. Che mi stava succedendo per la seconda volta. E cioè che la gente poteva semplicemente andarsene senza cercarti mai più»), senza compiacenza o accondiscendenza. Nello stesso tempo, però, non pretendono di dare una risposta alle domande profonde ed esistenziali dei ragazzi (perché mia madre si è suicidata? Perché mio padre se n’è andato? Tu mi vuoi bene?), ma questa non è una vigliacca abdicazione o una mancanza di parole e lo stesso lieto fine (che c’è) non ha la funzione di paciere finale: l’irrequietezza rimane ma c’è un orizzonte, dato da una certa speranza.

«Rialzati sempre e prova a essere felice».

Una bella graphic novel, reale, realistica ma ancor più vera. Un storia avventurosa e misteriosa di presa di coscienza di sé.

Dai 10 anni.

21 giorni alla fine del mondo
Silvia Vecchini – Sualzo

204 pagine
Anno: 2019

Prezzo: 15,50 €
ISBN: 9788869664366

Il castoro editore

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