Il libro della giungla, 1894, non è un libro con cui alimentarsi avidamente in una grande abbuffata, è un libro invece che richiede un lettore critico, capace di farsi domande, interrogarsi, dissentire e trovare una risposta per sé. 

Innanzitutto dovete dimenticare – non è una novità! – la versione disneyana che prende solo una parte dei 7 racconti (7 canti) che compongono il romanzo nella sua integrità. Mowgli certo, ma anche la foca orsina Kotick, la mangusta Rikki-tikki-tavi, l’elefante Kala Nag, il piccolo Toomai e il ritrovo degli animali impegnati nelle battaglie. Questo libro è un viaggio lussureggiante nell’immaginazione e in un mondo esotico e selvaggio come quello che realmente incontrò Kipling nella sua vita tra l’India coloniale fineottocentesca, il selvaggio Pakistan ma anche l’umida Inghilterra e il freddo Vermont.

Nel 1907 Rudyard Kipling fu insignito del premio Nobel per la letteratura proprio per Il libro della giungla con una motivazione che parla di “forza delle idee” e, in effetti, l’autore sostiene con vigore le sue idee, vincolandole in storie avventurose, vivide e ricchissime di insegnamenti diretti, quasi inappellabili.

Mowgli è al centro dei primi 3 racconti (I fratelli di Mowgli, La caccia di Kaa, “Tigre-Tigre!”) che riecheggiano variamente alcuni punti rielaborati dalle note rielaborazioni cinematografiche. Mowgli è un piccino sfuggito alla caccia della tigre Shere Khan e adottato da un branco di lupi con cui cresce come figlio-fratello, cacciando con loro nel buio della notte. Un ragazzo tutto d’un pezzo, lontano dalla figura sbarazzina disneyana, un uomo (poi) il cui sguardo gli animali non sanno sopportare e che sarà la ragione della sua cacciata dalla giungla, perché l’invidia e il potere sono al centro delle più grandi dispute del mondo, e dunque anche della Giungla.

La cospirazione della tigre che spingerà per l’allontanamento di Mowgli sarà ripagata coraggiosamente dal piccolo uomo con il fuoco ardente e con una caccia pianificata e degna di un grande stratega. Nel frattempo Mowgli avrà subito un rapimento da parte delle scimmie, avrà imparato a parlare le lingue di tutti i popoli della Giungla alla scuola del serissimo Baloo e avrà vissuto con il popolo degli uomini imparando a lavorare.

Eppure la Giungla, o meglio il Popolo della Giungla con le sue «Parole chiave» lo proteggerà e lo aiuterà sempre.

Quello che non emerge, se non marginalmente, nei film è il ricchissimo e puntiglioso ordito fatto di leggi, classi, rituali, relazioni che innerva la giungla selvaggia di Kipling. Un mondo integerrimo e ugualmente crudele, un’esistenza piena ed estrema eppure rigidamente contenuta dalle regole dell’onore e del rispetto, una versione animalesca di una società ottocentesca con i suoi uomini d’onore, i suoi violenti e prevaricatori, i suoi servi e i suoi approfittatori, i traditori e i voltagabbana, i saggi e i giusti. Una società, badate però, lontana dai fondamenti ottenuti per nascita (Mowgli non capirà il sistema delle caste nel villaggio degli uomini), ma fondata sull’onore e l’integrità, forse più simile ad una società militare.

Un giungla percorsa dalle corse dei lupi e dai salti della pantera, ma pronta a uccidere il capo non più capace di abbattere il cervo. Un giungla che cede alle lusinghe fascinose della tigre, ma che non uccide Mowgli per rispetto alla parola chiave che dichiara la sua appartenenza al suo Popolo.

Quella descritta è una società rigidamente strutturata e controbilanciata in tutti i suoi accadimenti da un codice di onore e di solidarietà, di storia e di memoria, ma non per questo esente da violenza e durezza.

«Siamo dello stesso sangue, io e te. Da te ricevo la mia vita stanotte. La mia preda sarà la tua preda se mai avrai fame, oh Kaa»

Esistono addirittura i paria (incostanti, eclettici), rappresentati non a caso dal Bandar-log, ovvero il popolo delle scimmie, l’incarnazione di tutto ciò che è spregevole:

«Io ti ho insegnato tutta la Legge della Giungla per tutte le genti della Giungla… tranne che per la Popolazione Scimmiesca che vive sugli alberi. Non hanno legge. Sono paria. Non hanno una lingua loro, ma si servono delle parole che riescono a carpire mentre origliano e spiano […]. Sono senza capi. Non hanno memoria. Si vantano e blaterano e si atteggiano a gran popolo […], ma basta che cada una noce e il loro animo volge al riso, facendogli dimenticare tutto»

La scrittura ha uno spiccato tono favolistico che fa sì che da ogni vicenda si possa trarre un insegnamento; inoltre, a differenza di ciò che si potrebbe immaginare, non sono molte e dettagliate le descrizioni degli spazi che appaiono solo per cenni: la Giungla si incarna nei suoi abitanti.

«Il Calderario è un uccello che fa un verso identico al rumore di un martelletto su una pentola di rame, e lo fa incessantemente: questo perché è il banditore pubblico di ogni giardino indiano»

Leggi naturali, coraggio, scontri, sopravvivenza, paura, onore rispetto sono temi che ritornano con accenti diversi in tutti i racconti successivi. C’è la storia forse più idealista della foca bianca che non può sopportare che i “suoi” muoiano senza lotta e ribellione, ci sono le epiche battaglie della mangusta contro i cobra e i leggendari ritrovi segreti degli elefanti nel cuore della giungla.

Lo sfondo esotico, indiano ma non solo, appare nello svolgersi degli eventi che sono epici e senza tempo, lontani ma comprensibilissimi ai lettori europei.

Nonostante l’impianto favolistico di alcuni dei racconti queste storie chiedono di immaginare un tempo e una società con valori che non sono necessariamente condivisibili (l’insegnamento violento, la vendetta, lo sterminio che eviti la riproduzione, il servizio fine a se stesso) e chiedono al lettore di riflettere, anche e soprattutto sul significato di libertà.

Ciò che rimane assolutamente esaltante è lo spirito di avventura che si respira in ogni pagina, tra scontri, paura, passione, sangue, vittorie…

La traduzione di Ottavio Fatica è a tratti macchinosa e spesso riccamente ricercata nelle scelte lessicali e nella struttura sintattica, questo d’altronde regala una ricchezza e un’articolazione testuale interessante:

«Mamma Lupa era distesa, il groso muso grigio calato sullo squittio dei quattro cuccioli ruzzanti, e la luna raggiava entro l’imboccatura della grotta ove vivevano tutti assieme»

«Certe volte Bagheera, la Pantera Nera, arrivava chiotta chiotta attraverso la giungla per seguire i progressi del suo pupillo»

«Rikki-tikki vide sul dorso il segno degli occhiali, che copia pari l’occhiello di un’allacciatura ad alamari. Per un attimo spaurì»

«udì, così lontano da sembrare il foro di spillo di un rumore infilato nel silenzio, l’“urlo-chiurlo” di un elefante selvatico»

Un autore che aveva le idee chiare e che scrisse un libro ricchissimo di tutte queste certezze, un classico senza tempo che vale la pena di essere riscoperto anche e soprattutto nell’affascinante interpretazione dello studio Minalima.

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Il libro della giungla Rudyard Kipling - Minalima 256 pagine Anno 2020 Prezzo 26,00€ ISBN 9788867224487 Editore L‘ippocampo
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