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2 settembre 2015

Cappuccetto e il viaggio in autobus.

Questo libro è innanzitutto un augurio, un augurio a tutti i bambini che con timore e tremore, tra pianti e sorrisi, tra slanci coraggiosi e paure paralizzanti varcano la soglia della loro scuola.

Saverio quest’anno andrà alla scuola primaria: sarà amato? Incontrerà una maestra che gli vorrà bene e che saprà farlo innamorare dello studio, dell’imparare? E i suoi compagni sapranno essergli amici? E i bambini più grandi lo rispetteranno? Saverio, mio figlio, potrà essere felice?

Questo groviglio di pensieri primitivi, veri, rimbomba con maggior insistenza quando i figli attraversano delle soglie. L’esperienza mi dice che il mio bambino non è mai stato abbandonato e nelle difficoltà, nelle lacrime, nella tristezza, nelle prove è andato avanti, ce l’ha fatta e anche se io avrei voluto evitargli ogni scossone, capisco che la fiducia nelle sue capacità e nel suo destino è un dono che gli faccio, per il suo futuro.

Le fiabe, in questo, sono realiste in modo radicale e spesso terrificante: Marianne Dubuc ci offre la sua moderna versione di Cappuccetto rosso, riguardandola in modo sorridente e ridimensionando tutte le paure viscerali che ogni madre porta nel suo stomaco.

Cappuccetto rosso, come tutti sanno, parte per un viaggio, sola, verso la nonna: la versione dell’autrice canadese, variando sul tema, prevede che Cappuccetto dalla nonna ci vada in autobus.

Guardate la madre che, in preda al panico controllato, saluta la piccola, che lei sente in fondo di aver abbandonato sull’autobus: sembrerebbe me, se non fosse che io adotto la tecnica della fuga veloce e del groppo in gola. «Ciao mamma! Farò la brava, te lo prometto!».

Cosa mai gli succederà? Chissà che persone maleducate saliranno sull’autobus. Troverà posto? Sarà comoda? Non perderà il biglietto? E se poi venisse rapita? O mamma! Quello che intravedo è un orso? La sbranerà di sicuro!…

Fortunatamente non seguiamo i pensieri materni, ma ci apprestiamo a seguire la sorridente bimbetta che lieta e tronfia della sua conquista incomincia la sua avventura: «È la prima volta che prendo l’autobus da sola».

Come in un microcosmo, l’autobus (per rappresentare il quale è stato scelto per il libro appropriatamente un formato orizzontale largo e basso!) contiene storie infinite e silenziose, spesso brevi quanto una fermata o due: all’inizio c’è la nonnina gatta che sferruzza la sua maglia (è una sciarpa? Avrà un nipotino?), due conigliette con la divisa di una scuola, un orso tutto serio, una tartaruga con la spesa, un bradipo dormiente, un’ape ronzante e un topino frettoloso. Alla fermata successiva, però, alcuni personaggi salgono, altri ci abbandonano, i compagni di prima continuano a raccontarci qualcosa di loro, Cappuccetto decide di contare le fermate. Arriva una capra con i fiori, poi dei talpini che si arrampicano sui sostegni, e chi è che parla? il topino è immerso in discussioni di lavoro, e poi chi sale? «quel lupetto ha un muso simpatico», e che espressione seria la signora gufo, e quella chewing-gum da dove è saltata fuori?, e nel frattempo scopriamo che l’orso è gentile e cede il posto ad una mamma. E adesso? «Oh, oh! Non si vede niente. Chi ha spento la luce?», poi il lupo con il ciuccio, il castoro con la scatola enorme, il bambino con la fionda…

Il gioco va avanti pagina dopo pagina, le storie si snodano indipendenti, vive e innumerevoli, perché il testo è ridotto a poche e lapidarie considerazioni o esclamazioni di Cappuccetto. Il viaggio è allegro, talmente spensierato che il rischio di sembrare irreale è dietro l’angolo, ma l’autrice sembra accorgersene e infatti inaspettatamente «Attenzione! Un ladro!». Sì un ladro, e credetemi, Cappuccetto sa comportarsi esattamente come ci si sarebbe aspettato.

«Quante fermate abbiamo fatto? Oops! Ho dimenticato di contarle!». Manca poco all’arrivo e l’autobus si svuota (ma quando è scesa la tartaruga?!?!), ora bisogna mettersi sulle punte e cercare braccia pronte ad accoglierci: «Nonna! Nonna! Eccomi! Ho tantissime cose da raccontarti!».

È tutto qui.

Certo è facile dirlo quando si stringe il proprio bimbo fra le braccia, ma è certamente una cosa da imparare.

Io ho letto questo libro al mio Saverio: per me è stato terapeutico e per lui divertentissimo. Il testo scritto è quantitativamente poco, ma le pagine numerosissime (40!) lasciano spazio all’immaginazione e all’intrecciarsi di storie, brevi e incompiute, ma così affascinanti per quel che si può immaginare.

Le immagini sono quelle di Marianne Dubuc: ordinate, gentili, quei pastelli ripassati, quelle trame segnate eppure così perfette, ma mai uguali a loro stesse (osservate l’orso: è nella stessa posizione, ma la sua espressione è sempre diversa). Gli interni dell’autobus a righe, poi, sono deliziosi!

La rielaborazione della fiaba passa attraverso lo stravolgimento dei topoi (il lupo è inevitabilmente buono) o grazie al citazione di topoi e storie differenti (il ladro è una volpe!). C’è anche un narratore interno (la signora con il giornale), che funge da esplicatore della fiaba stessa, che io ho trovato superfluo, ma che ha il suo ruolo anche storicamente e letterariamente parlando. La copertina poi funge da vera chiusura della vicenda con Cappuccetto che, ci si augura, stia tornando a casa. Pregevole la carta e la stampa.

Insomma un bel libro terapeutico e propedeutico per augurare a tutti di sopravvivere ai primi tremendi giorni di scuola (e parlo soprattutto alle mamme, si intende).

Qui la versione di Apedario.

Qui la versione delle Briciole di Pollicino.

Cappuccetto e il viaggio in autobus
Marianne Dubuc 

40 pagine
Anno: 2015

Prezzo: 14,00 €
ISBN: 9788865321249

La Margherita editore

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