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28 maggio 2015

Leggere la (propria) infanzia

Quando ero piccola Voglio un fratellino era uno degli albi che amavo di più. Ricordo esattamente la sensazione di riconoscersi pagina dopo pagina. Lungi dal sapere chi fossero Astrid Lindgren e Ilon Wikland, mi ritrovavo nel testo, sentivo parlare una lingua e vedevo un mondo che riconoscevo come mio.

Quando nacque mia sorella Marta, io la odiai: piangeva, piangeva, piangeva, ti guardava con quegli occhi a palla e piangeva. Insopportabile! All’alba dei miei sette anni arrivò anche Giovanni: il più brutto bambino di tutto l’ospedale, tutto rugoso e giallo. Detestabile!

Paolo, il protagonista del libro, che all’inizio ignaro vorrebbe un fratellino, mi capiva perfettamente, perché quando la tanto desiderata Lisa arrivò il primo pensiero fu «che avrebbe potuto scambiare Lisa con un triciclo, oppure venderla e ricevere i soldi necessari per comprarlo».

Con quei pugnetti alzati Paolo minacciava di fare esattamente quel che anch’io avevo nel cuore: distruggere l’intruso. La riconoscibilità della situazione si estendeva al piglio arrabbiato della sua mamma e ai piedi sbattuti nella furia del capriccio… ma anche, in fondo, alle lotte con i cuscini del finale e all’orgoglio di chi spinge la carrozzina del fratello con cui ci si è riconciliati o peggio che si è iniziato ad amare. L’immedesimazione era profondissima: la stanza di Paolo era come la mia, con la carta da parati, le corde tirate a costruire casa o teatrini, i cassetti aperti, le bambole con i rasta, i cubi di legno, il carrettino, il cane di peluche, il tappeto con il coniglio. I giochi della neonata Lisa erano uguali a quelli dei miei fratelli: semplici cilindri colorati tesi sul lettino. Per non parlare degli zoccoli, dei sandaletti, delle salopette, dei vestiti-tunica della mamma… Era il mondo degli anni ’80 (la prima edizione del libro è del 1978!) ed era il mio mondo.

Quando quindi qualche mese fa scorsi tra gli scaffali della biblioteca Betta sa andare in bicicletta fu per me una forte emozione. Ho ritrovato lo stesso mondo, la stessa linea morbida e viva di Ilon Wikland, gli stessi spazi: i marciapiedi, le case, le finestre, le camerette dei bambini, i divani; le stesse trame di colori e fantasie che adesso richiamano il mondo nordico dell’Ikea; gli stessi volti, soprattutto quelli dei bambini, che sono bambini, che guardano come bambini, si muovono come bambini. In questo caso la protagonista è Betta (trovo molto più bello l’originale Lotta), una bambina di 5 anni, terzogenita, che, indovinate un po’, desidera una bicicletta. Il giorno del suo compleanno però riceve un’altalena, libri, corde, macchinine, una borsa… ma niente bicicletta. A questo punto con la determinazione e l’inventiva che abbondano nei piccoli non più piccoli, Betta pianifica un furto in piena regola, finendo però inevitabilmente con le ginocchia sbucciate e un rimprovero silenzioso. Come andrà a finire? I padri, si sa, spesso sono le chiavi di volta della situazione, soprattutto se di mezzo ci sono le lacrime di una figlia.

Insomma una storia che più che una storia è la cronaca di una giornata, ma che è anche un’avventura perché a viverla con una intensità che quasi fa venire le vertigini è una bambina. L’infanzia (tema a me ultimamente caro a “causa” dell’amica Alessia: se non avete letto questo suo articolo sulla lettura e la felicità rimediate subito!) mi sembra offrirsi nella sua crudezza e nella sua purezza: nell’invidia cocente e nel brivido della discesa su una bici troppo grande, nello stupore per un plasticoso braccialetto al polso e nelle urla strazianti di chi inciampa nei rovi. I bambini, adesso come allora, sono così. Non serve altro, basta il racconto di una giornata che da quotidiana diventa epica e indimenticabile: Astrid Lindgren aveva certamente questa capacità.

Eppure – sì, purtroppo c’è un “eppure” – Saverio non si è minimamente identificato: io rivisto lui, sì, nelle espressioni, nei pensieri, nei progetti e nella strenua testardaggine di affermare il suo essere capace, lui ci ha visto una bambina «femmina» e non si è molto interessato. Gli è piaciuto più Paolo ma, non condividendo con lui l’esperienza della fratellanza, non è rimasto molto coinvolto.

E a questo punto mi sono chiesta: perché? L’ambientazione è irriconoscibile al bambino del 2015? I suoi giochi, i suoi spazi sono così differenti? Forse è solo il fatto che sia una Betta ad allontanare Saverio da un fascino?

Io ci vedo l’infanzia, ci sento l’infanzia, ci annuso l’infanzia, ma mio figlio cosa ci vede?

Betta sa andare in bicicletta
Astrid LindgrenIlon Wikland – Roberta Colonna Dahlman (traduttore)

32 pagine
Anno: 2010

Prezzo: 13,90 €
ISBN: 9788861030183

Il gioco di leggere editore
Anobii

Voglio un fratellino
Astrid LindgrenIlon Wikland – Isabella Fanti (traduttore)

28 pagine
Anno: 1983

Prezzo: fuori catalogo (sul mio c’è 6000£)

Mondadori
Anobii

 

Comments

  1. Mmhh interessante, pensa che io l’ho regalato a mia nipote di 4 anni. Chissà se a lei piacerà… Forse, semplicemente, come già abbiamo avuto a dire, non esiste un’infanzia, univoca, standardizzata. E dunque, non esiste un’idea unica di infanzia. Penso anche che il fattore ‘genere’ non sia trascurabile per nulla, come noti tu.

    • Non ci resta che aspettare il parere di tua nipote!

  2. Guarderei continuamente Betta sull’altalena appesa all’albero in fiore… Mio figlio ama questo libro (come me), finora il fattore genere non ha inciso. La cosa bella è proprio questa diversità. Sarà che via dei Fracassai gli ricorda un po’ la sua, case svedesi a parte!

    • splendide queste case svedesi!

  3. Angela

    O forse, semplicemente, Saverio che sta vivendo l’infanzia non la vede, la sua infanzia! 🙂
    Saverio è tuo figlio, avrete sicuramente gusti comuni, un retroterra comune, ma è comunque, in ogni caso, altro da te! A lui la capacità e il potere di scegliere cosa gli piace leggere, a noi la piccola delusione che genera il non avere il medesimo gusto per questo libro. Anche a me capita con Pietro e con Matteo. Io sono entusiasta di un libro e Matteo rimane tiepido: ho dovuto ingoiare il rimprovero (ma come non ti piace? E perché non ti piace? Uffa, è così bello!) e accettare il suo gusto. E’ stata dura, molto 🙂
    Un abbraccio
    Angela

    • Infatti Angela, inizio a pensare che se si vive l’infanzia, forse non si ha la necessità di sentirsela raccontare 😀
      Il discorso è aperto!

  4. Lorella

    Io credo che Saverio non si riconosce come è già stato detto. Lui non è una bambina come fa a ricoscersi in qualcosa di diverso da lui? (La fisicità maschio/femmina è diversa e non tanto i ruoli) Lui l’infanzia la sta vivendo e credo che alla sua età per riconoscersi ci vuole una immagine che può sostituire a sé stesso e in questo caso non è. Mi sembra corretto: ognuno vede sé stesso dal ‘di dentro’ che è Diverso da chi lo dal di fuori

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