Quello di oggi è un comfort-book, un libro di quelli che sfogli, leggi, ammiri e quando chiudi il volume sei più felice. Kaya Doi con Ciri e Cirirì nel bosco delle delizie, in esatto e ricco stile giapponese, ci catapulta in una storia fatta di natura lussureggiante, ma accogliente, ordinata, magnifica… un mondo innervato di una magia discreta, celata, mai roboante, mai chiassosa. Il mondo è semplicemente bellissimo e gli abitanti del bosco altrettanto, come se fosse la normalità.

Ciri e Cirirì cono una coppia di bambine dalle gote rosse e dal caschetto corvino che abitano in una casetta di legno dal portico rosso, proprio all’ingresso del bosco. Inforcate le loro biciclette in una giornata calda e accogliente, partono per un giro nel bosco. I magnifici ricami degli abeti degli abeti, i riflessi colorati dei fiori, le nervature dalle mille sfumature dei tronchi incorniciano incontri che sanno di magia e di giocattoli, di budino e torta appena sfornata.

Le piccole «Drin drin! Drin drin! Mentre pedalano nel bosco sentono un profumino squisito»: «viene dal bar del bosco!». Una baita della pareti bianche e dal tetto in legno scuro, con una porta rossa e le erbe aromatiche appese con naturalezza, con un comignolo fumante e un panchina di legno gentilmente posizionata lì vicino.

L’insegna vergata elegantemente sul tondo di un tronco invita ad entrare e, in effetti, appena varcata la soglia, la magia si manifesta in tutto il suo splendore: seggiole e seggioline di diverse fogge e dimensioni si accostano a tavolini dagli stili più diversi, perché ognuno possa sentirsi a proprio agio. Le due bambine si accomodano su due sedie in legno comode e perfette, accanto a loro due api dalle antenne vezzosamente colorate sorseggiano la loro tisana alla violetta, versata in tazzine di vetro e poggiate su deliziosi centrini merlati. Alle due bambine viene servito un caffè alle ghiande e una tisana ai fiori di loto: «che delizia!». La gioia per gli occhi, diventa gioia per il gusto e l’olfatto in un coinvolgimento sensoriale che parte dagli occhi, ma tocca tutti i sensi. L’attenzione e l’amore della volpe che gestisce il bar è evidente nei gesti tranquilli e nei piccoli dettagli che non sottovalutano le forme delle tazze, i piattini da portata, i centrotavola… L’immaginazione dell’autrice giapponese è ricca, quasi fatata, se non fosse che ogni oggetto descritto potrebbe tranquillamente trovarsi nello stipetto della nostra cucina, o forse in quello di una casa delle bambole o in quello di un bar nel bosco!

I fiori, i cespugli, i diversi alberi sono illustrati con minuzia e concorrono a creare un’ambientazione coinvolgente. Il viaggio di Ciri e Cirirì si interrompe per uno spuntino alla paninoteca del bosco «che vende panini di tutte le forme e marmellate di tutti i colori». Vi lascio immaginare tutte le forme di pane, i dolcetti e i contenitori di marmellata ben disposti dal signor tanuki… e non c’è bisogno di dire che il panino al miele con marmellata di more di gelso fa venire l’acquolina in bocca. Tra stagni, alberi, orsi e conigli.. il crepuscolo guida le due bambine fino all’hotel del bosco. Godetevi le lampade, le chiavi e le coperte quadrettate… Il finale sotto le stelle tra i canti felici di tutti e le lampade calde dei lampioni caldi, corona una giornata memorabile.

Fauna e flora giapponesi sono celebrate senza grandi proclami, solo per la loro bellezza: il tratto delicato dell’illustratrice è meraviglioso e gli spazi bianchi che circondano i volumi delle figure sembrano essere emanazioni luminose della vita di ciascun personaggio e albero. La storia non è nulla più che un'avventura di una giornata d’estate, ma diventa un’esperienza sensoriale piena e intensa, non un sogno - badate - proprio no, ma una gita in un mondo reale, almeno agli occhi delle due bambine protagoniste!

Una storia grondante cura, attenzione, perché anche la scrittura e l’illustrazione ne sono impregnate, una boccata d’aria da leggere in questa soglia di primavera così strana.

P.S. unica nota linguistica: «ora, però, gli è venuta un po’ fame» la traduzione con un pronome errato (singolare per plurale “loro”), sceglie la via dell’oralità dove il fenomeno è quasi generalizzato, ma a mio parere inserisce una nota fuori posto, in un libro perfetto.

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