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2 marzo 2018

Incontro con Pechino

Pechino, come ogni grande metropoli cinese, sta cambiando con una rapidità quasi spaventosa e il fatto di non aver forse fatto pace con il proprio passato, determina una abbandono a volte superficiale di una ricchezza incommensurabile.

«Andate a visitare gli hutong!» questo è il mantra che ogni guida turistica e ogni persona che è stata a Pechino ci ripeteva prima che partissimo: gli hutong sono i vicoli piccoli e stretti che scorrevano tortuosi intorno alle tradizionali vecchie case cinesi con il cortile interno, che costituivano il cuore pulsante dei quartieri e della vita in città. Questa geografia urbana assecondava un stile di vita che è proprio dei cinesi, una vita di relazioni anche in mezzo alla strada dove ancor oggi non è raro incontrare vecchietti intenti a giocare, o barbieri improvvisati a bordo strada o ancora piccoli punti di ristoro che danno direttamente sulla casa dei proprietari. Questa mentalità di condivisione e vita comunitaria si scontra d’altronde con un mondo in rapida ascesa economica, dove le basse case a corte mal si accordano con una popolazione in crescita costante e una concezione di vita dove il profitto economico diventa sempre più predominante: svegliarsi, lavorare, cenare, dormire… quanti palazzi alveare e quante persone inesorabilmente incupite e affrettate abbiamo incontrato nel nostro viaggio in Cina!

A raccontarci questa metamorfosi e questo viaggio che Pechino sta percorrendo a lunghi passi decisi è un’illustratrice taiwanese, Joyce Sun, un occhio esterno eppure affezionato che cogliendo la drammaticità della perdita, unita comunque alla magnificenza di alcuni cambiamenti architettonici, sceglie la forma di una narrazione silenziosa (silent book) ed essenziale (in bianco e nero) con Un giorno a Pechino.

Sembra quasi uno di quei libri da colorare: tutto bianco, con linee sottili che schizzano paesaggi e scorci (se poi siete elastici potete permettere ai vostri bambini di colorarlo davvero!). Tutto incomincia in una ricca casa tradizionale, in un cortile curato, un’anziana signora addormentata su di una sedia, un gatto nero sul tetto e una bambina rosso vestita che gioca, da sola a nascondino.

Il richiamo del viaggio e della partenza non segue – come accade tradizionalmente – il rosso, ma è la piccola Cappuccetta rossa ad addentrarsi nel mondo, al di là del portone, dietro ad nero bianconiglio, un gatto. La descrizione illustrativa dei luoghi che la bambina attraversa seguendo il gatto nero, sono realistici: il groviglio dei cavi, il disordine urbano, un’idea di pulizia e cura che è abbastanza incomprensibile all’occhio occidentale… e contestualmente il fervore con cui gli abitanti popolano gli spazi, la grazia inconsapevole fiera degli oggetti che sbucano da ogni dove. Abbandonato l’hutong, la sorpresa dell’imponenza delle nuove architetture spiazza: le regolarità geometriche delle migliaia di finestre in grattacieli anonimi, le meravigliose irregolarità dei palazzi di Sanlitun e la forma inconsueta del palazzo della televisione ad opera di Rem Koolhaas e Ole Scheeren. La bambina attraversa Pechino e i suoi quartieri di corsa quasi inconsapevolmente, tesa verso il felino in fuga, eppure l’imponenza dello spazio (la figurina della bambina e del gatto si perderebbero nelle tavole, se non fossero colorati) che il bianco e le linee sottili amplificano assorbe l’attenzione dei lettori. Pechino svela le sue bellezze: dai vecchi hutong al nuovo quartiere degli artisti (798) e poi, attraverso il mare umano del turismo, dai tradizionali mercati di antichità e anticaglie al cuore antico e millenario della storia imperiale. Tra le carte accatastate in vendita su un banchetto improvvisato vicino al libretto rosso di Mao che quasi prende vita, una foto di bambino imperatore. Il nuovo personaggio colorato insieme al suo aquilone condurrà la bambina in un viaggio pseudo-temporale dove la Città proibita è abitata solo dalla famiglia imperiale, nei quartieri i risciò scorrono accanto ai negozi per il cambio della moneta e nei parchi i maestri di calligrafia scrivono accanto a orchestre improvvistae. Le tavole che seguono, dense di una commistione tra passato e presente non stridono come dovrebbero, perché la Cina mantiene queste due anime che ancora, probabilmente, devono trovare un accordo che le armonizzi: antico e moderno, passato e presente. Il viaggio si chiude quasi improvvisamente, il caldo tepore con cui si era aperto il viaggio lascia spazio alla neve, all’abbraccio della nonna e alle lanterne della Festa di Primavera.

Il libro potrebbe tranquillamente chiudersi qui, lascia invece spazio alle parole che in modo un po’ invadente – a mio avviso – trasformano un quaderno di appunti visivi in una guida dal piglio turistico, con cartine che dispongono i luoghi ritratti nella pianta della città e che descrivono brevemente i dettagli. Il testo può naturalmente rivolgersi a chiunque, grazie alla sua metaforica narrazione del viaggio e del doloroso contrasto tra vecchio e nuovo, ma naturalmente interesserà soprattutto i lettori che abbiano con Pechino qualche legame o qualche interesse (dai 5 anni).

Il libro, che è stato molto premiato, ha davvero il pregio di cercare di cogliere lo spirito metamorfico di una città dalle moltissime anime, che speriamo trovino le energie per sopravvivere tutte.

Un giorno a Pechino
Joyce Sun – Arianna Ghilardotti (traduttrice)

40 pagine
Anno: 2016

Prezzo: 12,90 €
ISBN: 9788866483083

24 Ore Cultura editore
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