La cosa più importante, il commento più esaustivo che chiunque potrà dare sul nuovissimo e meraviglioso libro di Beatrice AlemagnaIl piccolo grande Bubo, è questo video. Null’altro vale la pena dire. Ma la mia verbosità ha avuto il sopravvento e ho voluto lo stesso mettermi a scrivere, anche perché ho un debito di gratitudine (inizialmente avevo pensato di girare un video della gioia del mio Saverio nello sfogliare la storia di Bubo). La mia commozione, la mia esaltazione sono state nuovamente ridestate da un lavoro meraviglioso.

La grandezza di Beatrice, credo stia sempre di più non solo nella capacità di proporre il frutto delle osservazioni del suo occhio attento, ma nell’offrire ai suoi lettori la sua riflessione personale, il suo lavoro sulla vita. Tutte le volte che supponentemente si crede di poter prevedere dove si stia dirigendo il discorso e di aver afferrato il nocciolo della storia, basta un’immagine, una riga, una parola e si apre un altro mondo. Non avere il ricatto del messaggio costruito a tavolino e al suo posto avere il dono di lasciarsi toccare dalle cose e di essere capaci di rifletterci sopra regala, ai lavori di Beatrice Alemagna, l’originalità del pensiero personale e la capacità di provocare.

Le trame spesso sono semplicissime eppure nessun lettore rimane indifferente (nel bene e nel male) e questo perché Beatrice non si accontenta di presentare una situazione universale in cui identificarsi. Le sue storie presentano la proposta di un giudizio dell’autrice sull’esperienza e quindi è difficile poter chiudere il libro solo con un: «È successo anche a me». Punto. I piani di lettura delle sue storie sono molteplici, a mio parere, non perché ella lavori ad una sovrapposizione e incastro di simboli, rimandi, parole, ma perché ciò che racconta è rielaborato, perché è ciò che ha visto lei in quello che ha vissuto. La personalizzazione dell’esperienza non lascia indifferenti: ognuno si sente chiamato in causa a dire la sua, ognuno è lasciato libero di immaginare e ripensare al suo vissuto nel mondo mai anonimo creato da Beatrice.

E questo succede ancora una volta con Bubo. Chi non ha pensato di capire fin dalle prime pagine cosa ci stava raccontando Beatrice? Io ci sono cascata anche questa volta. Chi ha un bambino in fase prescolare ha riconosciuto ogni sorriso, discorso e commovente grande gesto di Bubo. Mio figlio Saverio (4 anni) il primo giorno della scuola materna (quando aveva 2 anni e 9 mesi), mentre la maestra lo presentava ai bambini grandi e mezzani, si è alzato e ha detto «Ma io non sono piccolo, perché io vado alla scuola materna». Poteva essere così Bubo: un commovente album di episodi disarmanti (che ci sono!), ma Beatrice mette lei stessa in una chiusa che è così vera, che mi ha fatto ripensare a tutto e dire: «Ecco io non ero arrivata fino a lì». Perché i nostri figli “grandoni” («Mamma io sono davvero un grandone adesso, l’ho detto alla Lorena» la sua maestra ndr.) sono tali solo perché diventano più alti o perché si rendono conto di avere più competenze fisico-motorie o perché si accorgono di capire meglio? No. Ma perché hanno (e abbiamo) una madre che ogni sera dice: «Buonanotte mio grandissimo amore». È questo affetto che fa venire voglia di crescere, di vivere la vita, di camminare all’indietro, di arrampicarti sugli alberi («Mamma oggi ho imparato una cosa difficilissima: correre sul posto». Amore della mamma!). I dentoni crescono a tutti, ma solo se hai qualcuno a cui poterli mostrare lo fai, solo se hai qualcuno con cui andare in bici azzardi l’eliminazione delle rotelle, solo se hai degli occhi grandi come quelli del papà che ami e che riconosci come belli, amerai i tuoi. La sicurezza di un legame indissolubile ti rende libero di osare, intrepido e un po’ impertinente: che importa! In Bubo c’è tutto l’egocentrismo dei bambini, c’è tutto l’emozionante e incantato mondo bambino, ma c’è anche tutta la portata di uno sguardo adulto, uno sguardo amorevolmente madre.

Il formato è azzeccatissimo, il libro si maneggia e si gira (che idea la pagina verticale!) con facilità anche se le tue manine sono piccine, gli angoli smussati e le pagine pesanti incoraggiano la lettura anche se ancora non sai leggere. I disegni sono i soliti, e lo dico senza noia ma con rinnovato e impressionato stupore anche per tutti i piccoli particolari che rendono lo spazio intimo e personale. Le espressioni mai scontate e le mani, le mani di Bubo e le espressioni, che espressioni: la gioia, l’entusiasmo, il candore… I colori, i bianchi, il finito e il non finito, i collage… Bellissimo il carattere con cui sono scritti i testi: come al solito nulla è lasciato al caso.

Un libro che si fa leggere da tutti i grandoni del mondo (compresi quelli oltre i trent’anni), ma soprattutto da quelli tra i 2 e i 3 anni. Un libro per coccolare e farsi coccolare.

«Comunque mamma Bubo non è proprio grande. Io sono grande. Io non ce l’ho più il pannolino, io uso il coltello pericoloso e sono un grandone, la Lore me lo dice sempre».

Piccolo grande Bubo
Beatrice Alemagna

32 pagine
Anno: 2014

Prezzo: 13,00 €
ISBN: 9788898523122

Topipittori editore
Anobii

Commenti
8 Luglio 2016
Intervista a Beatrice Alemagna, una storia sbeccata – Scaffale Basso Scaffale basso

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