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2 marzo 2015

#aspettandoBologna Géraldine Alibeu

Oggi inauguriamo il mese dedicato all’attesa della Fiera del libro per ragazzi di Bologna (Bologna Children’s Book Fair). In particolare vorremmo conoscere alcuni dei 75 illustratori selezionati per la mostra. Io ero curiosa, mi sono documentata e ho scovato albi e artisti che mi hanno incantata. Cinque di loro mi hanno colpito in modo particolare e li ho scelti per Scaffale Basso. Ho selezionato alcuni dei loro libri (non necessariamente le opere che li hanno portati a Bologna quest’anno), favorendo le edizioni italiane ma lasciandomi tentare anche da quelle estere: volevo abituare l’occhio alle loro linee, alla loro mano e ai loro colori. Li ho letti e li ho riletti insieme al mio pargolo e poi mi sono rivolta direttamente agli autori perché mi parlassero del loro lavoro. Ognuno mi ha mostrato lati inaspettati del proprio approccio all’arte, ognuno per un motivo o per l’altro mi ha fatto rimanere in silenzio a pensare: ne incontreremo uno ogni lunedì. Ogni recensione sarà dunque introdotta da una breve intervista dove ogni illustratore parlerà di sé.

Nota: le immagini riprodotte nello slideshow sono foto del testo di cui vi racconto e immagini gentilmente concessemi dagli autori, che rivedrete a Bologna 😀 Loro vanno considerati tutti i diritti.

 

Oggi siamo onoratissimi di ospitare Géraldine Alibeu, un’artista francese che, come spesso accade, non si dedica alla “sola” illustrazione, ma spazia tra il cucito e la ceramica (andate a curiosare nel suo shop!). Io vi parlerò di come sono rimasta colpita da lei attraverso uno dei due libri tradotti dal francese e portati in Italia da LogosHai visto il leone? di Armando Quintero, qui sotto invece potete ammirare alcune delle tavole selezionate per Bologna!

Sedetevi comodi e leggetevi cosa ci ha raccontato, nella mia (quasi autonoma) traduzione o in francese! Grazie Géraldine!

Cosa significa per te disegnare?

Disegnare significa, per me, esprimere qualcosa di me stessa, significa trovare la forma a un’idea che non è ancora molto chiara, perché ancora non è formulata, dunque disegnare è trovare un linguaggio. È un po’ come scrivere una lettera cercando di trovare il giusto tono, appropriato a quel momento specifico, per quella persona precisa.

Mi capita anche di disegnare dal vivo: in questo caso il mio cervello smette di pensare, mi applico esclusivamente a riprodurre quanto mi circonda in una maniera o nell’altra, ed è molto rilassante e ispirante.

Da un punto di vista generale, disegnare significa mettere in ordine ciò che mi circonda, quello che vivo, proprio per dargli un senso. Qualche volta ho un’idea precisa in testa, ma altre volte comincio un disegno senza dietro un pensiero, senza un obiettivo ed è il disegno che fornisce una storia, un personaggio, un concetto, un filo che poi io seguo. Un’immagine chiama la successiva, come una costruzione.

In che modo lavori?

Lavoro lentamente: amo prendermi tempo, fare delle pause prima di finire un disegno o un libro. Ho bisogno che ci siano delle notti e delle passeggiate per riflettere su ciò che faccio. Amo pensare per diverse settimane a un progetto prima di concretizzarlo.

Lavoro anche molto manualmente: utilizzo il découpage, il tessuto, la pittura, i pennarelli, il lapis… Dipende dai progetti. Amo cambiare tecnica sempre più, ma il découpage è l’elemento comune a quasi tutti i miei libri.

Lavoro da sola, questo mi permette di mantenere la concentrazione necessaria, ma l’esperienza del lavoro in gruppo mi manca.

 Cosa ami del tuo lavoro?

Amo scegliere il mio ritmo di lavoro, qualche volta denso e altre più rilassato, questo fa parte del piacere di questo mestiere in cui le giornate non si assomigliano mai. Allo stesso tempo, la parola “scegliere” è esagerata: spesso è la mano che si agita per fare, disegnare, tagliare del materiale, è un bisogno pressante, ci si sente bene fisicamente dopo aver disegnato molto; e altri giorni è il cervello che non ci arriva proprio, che ha bisogno di uscire a prendere un po’ d’aria. Quando il lavoro non va è meglio andare a farsi un giro, cosa che faccio senza farmi troppo scrupolo.

Disegno naturalmente in uno stile che si adatta all’editoria per ragazzi, e amo questa categoria un poco artificiale, ma senza presunzione, e tuttavia molto avanguardista. Non vedo un campo dove il disegno sia più libero che qui, negli album. Questa cosa mi permette anche di frequentare dei bambini e qualche volta di disegnare con loro, un’esperienza sempre istruttiva: sono dei lavoratori pazzeschi, ci si sente quasi un impostore al loro fianco.

Qu’est-ce que cela signifie pour vous de dessiner?

Dessiner signifie sortir quelque chose de moi, trouver la forme à une idée qui n’est pas encore très claire car pas encore formulée, c’est donc trouver un langage. Un peu comme écrire une lettre en tâchant de trouver le ton juste, approprié à ce moment-là pour telle personne.

Il m’arrive aussi de dessiner d’observation : dans ce cas mon cerveau arrête de penser, je ne m’applique qu’à reproduire ce qui m’entoure d’une façon ou d’une autre, et c’est très reposant, et inspirant.

D’une façon générale dessiner signifie mettre en ordre ce qui m’entoure, ce que je vis, pour lui donner un sens, justement. Quelquefois j’ai une idée précise en tête, mais d’autres fois je commence un dessin sans arrière pensée, sans objectif, et c’est le dessin qui apporte une histoire, un personnage, un concept, un fil que je vais suivre. Une image appelle la suivante, comme une construction.

Quelle est votre façon de travailler?

Je travaille lentement : j’aime prendre le temps, faire des pauses avant de terminer un dessin ou un livre. J’ai besoin qu’il y ait des nuits et des balades pour réfléchir à ce que je fais. J’aime penser plusieurs semaines à un projet avant de le concrétiser.

Je travaille aussi très manuellement : j’utilise le découpage, le tissu, de la peinture, des feutres, le crayon de papier… selon les projets. J’aime changer de technique de plus en plus, mais le découpage est ce qui est commun à presque tous mes livres.

Je travaille seule, ça me permet de garder la concentration nécessaire, mais l’expérience du collectif me manque.

Qu’aimez-vous dans votre travail?

J’aime choisir mon rythme de travail, parfois dense et parfois très relâché, cela fait partie du plaisir de ce métier que les journées ne se ressemblent pas. En même temps, le mot « choisir » est exagéré : souvent c’est la main qui s’agite à faire, dessiner, découper de la matière, c’est un besoin pressant, on se sent bien physiquement après avoir beaucoup dessiné; et d’autres jours c’est le cerveau qui n’y arrive pas, qui a besoin d’aller prendre l’air. Quand le travail est mauvais il vaut mieux aller faire un tour, ce que je fais sans scrupules.

Je dessine naturellement dans un style qui convient pour l’édition jeunesse, et j’aime cette catégorie un peu artificielle, mais sans prétention, et toutefois très avant-gardiste. Je ne vois pas un domaine où le dessin soit plus libre qu’ici, dans les albums. Cela me permet aussi de côtoyer des enfants et parfois de dessiner avec eux, expérience toujours instructive : ce sont des travailleurs fous, on se sent presque un imposteur à côté d’eux.

Hai visto il leone? è una storia d’amore di quelle storie antiche che sanno di lavanda e gnocchi, quelle storie un po’ ruvide come le lenzuola di cotone pesante appena lavate, ma ha anche i toni della leggenda di chi ha regalato la luna.

Siamo in Africa: i toni sul beige e i blu notte intensi, la sottile ma evidente materialità dei college, la pastosità del colore lavorato (guardate la neve sulle montagne) ci catapultano in una savana, davanti ad un palco piatto ma tridimensionale. Tra gli alberi e l’afa uniforme del colore è una inaspettata rana che ci guida alla ricerca del protagonista: «Hai visto il leone? Gli porto una lettera che odora di prati, erba fresca e fiori appena tagliati». I primi interlocutori sono le scimmie: sono loro che forniscono il primo indizio sul leone. «Voleva sapere se a forza di saltare dalle cime degli alberi si può raggiungere la luna». E infatti le tavole successive ci mostrano il nostro leone intento a saltare verso la luna. Quello del leone è un desiderio tanto intenso quanto misterioso: c’è chi l’ha visto rimirare il cielo, chi correre, chi arrampicarsi su una montagna. Pazientemente la rana interroga tutti gli abitanti della savana, porgendo la cantilenante e pressante richiesta. La storia alterna doppie pagine opache e afose di ricerca a doppie pagine dai colori più intensi che mostrano la storia del leone, fino a quando rana e leone si incontrano e tutto da lì prende colore. Tutti gli animali diventano parte della vicenda del leone che legge loro la lettera. «Caro leone, mio padre Ki dice che sarai un buon compagno. Chi tenta di salire sulla luna è un innamorato o un pazzo (Ariosto docet). Non serve che tu ci provi… ma, siccome stanotte c’è la luna piena, voglio chiederti una cosa: portami una boccetta d’acqua intrisa della sua luce pura». «Presto va’ in cerca del tuo amore», cantano gli animali, come il coro di un proscenio. E così lui fa. «Da qualche parte si aggira una coppia di leoni piena di cuccioli e di perenne amore, raccontava, tempo dopo, un cacciatore masai. L’amore li ha resi sacri e a noi non è consentito cacciarli. La leonessa porta al collo una boccetta legata con un nastro celeste. Si dice che contenga acqua pura illuminata dai raggi della luna piena…».

La storia di per sé è criptica, come non può che essere una leggenda nata in un’altra cultura, tuttavia tocca temi universali, come spesso succede per queste narrazioni senza tempo: la luna, le eroiche gesta, la lettera, la sacralità dell’amore, la dimensione comunitaria che accompagna e permette il riconoscimento del legame.

Vorrei soffermarmi su Géraldine, che riesce a rendere moderno il racconto pur non tradendo la dimensione senza tempo che racchiude. Le illustrazioni sono silenziose ma fluide, mai fisse: i personaggi che appaiono sono per lo più spettatori e ascoltatori ma non sono mai rigidi. Anche la scelta, geniale, di inserire l’essere umano – il masai – come spettatore della leggenda che poi racconterà, diventa il primo interlocutore della figura del leone: è un osservatore attento, concentrato a capire. L’effetto collage su sfondi uniformi rende le figure vive ma iconiche e gli stessi sfondi, quando appaiono, fanno da coro immobile al moto costante delle figure. Le figure sono imperfette, come se fossero modellate nella cera, ma è quell’imperfezione reale di chi si muove: la linea è sottile e mai, mai, mai dritta, è curva come accarezzata dal vento. Un altro aspetto davvero caratteristico di queste figure è la dolcezza, la compostezza e la serenità delle espressioni che non sono mai rumorose o sopra i toni, regalando un’indolenza accogliente ad ogni pagina. Mi è piaciuta questa illustratrice, ho incontrato un ritmo calmo e sereno nelle figure, un silenzio denso dei colori, una pace davvero rara.

Hai visto il leone?
Armando Quintero-Géraldine Alibeu

48 pagine
Anno: 2011

Prezzo: 14,95 €
ISBN: 9788857601700

Logos editore
Anobii