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31 agosto 2015

Appunti d’estate: nonni.

Alla ricerca di nuovi stili illustrativi qualche mese fa mi imbattei nell’immagine di copertina di questo libro, dove una donna con un’espressione dolcissima portava in una stretta fascia nera un bimbo stupito o vociante, uscendo leggiadramente da un bosco.

La prima cosa che mi colpì furono i colori: scuri, poco saturi, malinconici e poi quel rosso intenso, denso. Mi immaginai che la donna in copertina fosse una mamma e, memore dell’alto contatto che vissi con il mio Saverio, decisi di regalarmelo. Il libro arrivò e fu una sorpresa, innanzitutto perché i protagonisti della storia sono una nonna e un nipotino, e poi perché Wild Berry mi ha permesso di venire a conoscenza di una lingua antichissima, di cui non avevo mai sentito parlare: la lingua Cree.

La storia è breve, ma direi intensamente iconica di quello che è il rapporto con i nonni.

I nonni spesso fanno poche cose con i loro nipoti e spesso le ripetono: credo che l’età porti ad una certa chiarezza su cosa sia importante e su cosa si desidera lasciare.

Io tutti i sabati sera facevo la pizza con la nonna, tutte le estati con i nonni preparavamo la passata di pomodoro nel garage, passavamo lunghi pomeriggi in solitudine a raccogliere nocciole e a fare scorpacciate di more, una volta all’anno il nonno ci portava al cinema e poi al ristorante dei grandi… in fondo però non era quel che si faceva ad essere importante, ma il significato che quei momenti vincolava. Le cose fatte con pazienza, lentezza e amore sono più buone, è importante scegliere con cura, lavorare duramente porta i suoi frutti, si può stare da soli e giocare ad immaginare, gli alberi sanno regalare dolci migliori delle caramelle…

A Clarence succede qualcosa di molto simile: «When Clarence was little, his grandma carried him on her back through the woods to the clearing to pick wild berries / pikaci-mīnísa.». Insomma non che facessero chissà che cosa: cantavano (prima solo la nonna e poi nipote e nonna insieme), raccoglievano mirtilli «tup, tup» e poi se li mangiavano «pop».

Clarence e la sua nonna trascorrevano tanto tempo nel bosco, non c’era l’angoscia di chi “deve far presto” e mentre «their lips turn purple» il piccolo protagonista si accorge delle formiche «tch, tch» e si sdraia ad osservare il ragno che «makes its web» e poi la volpe, gli uccelli. Prima di andare preparano «a handful of berries on a leaf» e gli animali ringraziano.

Il viaggio circolare, immobile e dilatato, alle prime ore del mattino, amplifica l’impressione dell’importanza dei gesti compiuti. Il bambino è con la sua nonna, ma è libero  di muoversi, guardare e nascondersi, l’abbraccio della nonna lo attende sereno alla fine.

Il testo è breve e le singole parole in doppia lingua sottolineano le parole chiave (grandma, longtime, so many, spider, thank you…).

Curata l’appendice finale con la guida alla pronuncia e la lista delle parole in lingua Cree, come a dire: “non è folkloristico il mio interesse, amo questa lingua e vorrei parlarvene”. Bello. Mi ha fatto anche sorridere la ricetta per preparare la marmellata di mirtilli: un bell’invito ad andare dalla nonna, libro alla mano, e chiederle di cucinare insieme.

L’impressione di novità e bellezza delle immagini è stata pienamente confermata: il mix di disegno (bellissimo il prato!), collage e tecnica digitale riproducono il chiarore del mattino, mentre il sole rosso conquista progressivamente spazio. Le ombre, e il bianco secco dello sfondo evitano che la tavola si schiacci su due dimensioni, mentre le linee morbide, ma nello stesso spezzate rendono fluido, ma non liscio l’effetto visivo.

Il libro è piaciuto a Saverio, se fosse stato in versi avrebbe potuto essere un’ottima filastrocca, ma forse la prosa serve proprio a centellinare la lettura e lasciar spazio al silenzio.

Un’illustratrice che mi è parsa diversa, particolare: la seguirò.

 

Wild berries
Julie Flett 

32 pagine
Anno: 2013

Prezzo: 18,95 $
ISBN: 9781897476895

Simply read book editore
Anobii